Little Poems In Prose

di Radu Jude Andrei Rus

Fra deriva, détournement e doomscrolling, il mediometraggio di Radu Jude e Andrei Rus è un collage di frammenti che ci interroga sullo statuto delle immagini che fruiamo su TikTok e sulle possibilità offerte dal loro processo di rimediazione nel cinema. In Flash Competition al FID Marseille festival.

Little Poems In Prose.jpg

Due sono le tensioni che attraversano il cinema di Radu Jude.
La prima riguarda il concetto situazionista di deriva, di attraversamento dello spazio finalizzato a una risignificazione simbolica e politica dello stesso. Sesso sfortunato o follie porno ne è un esempio lampante, essendo per buona parte composto da una passeggiata della protagonista in giro per una città in cui la sessualizzazione e il sesso sono esibiti in ogni forma. Anche Do Not Expect Too Much From The End Of The World e il più recente Kontinental ’25, però, sono opere incentrate sul movimento in cui l’attraversamento degli spazi urbani porta all’emersione di simboli, di sovrastrutture e di tensioni che conducono a una veemente messa in discussione di questi.
La seconda tensione si rifà ai concetti di collage e di frammento, per cui le opere di Jude vivono della stessa dimensione frammentaria che ha caratterizzato i lavori di registi e artisti fondamentali per la nostra contemporaneità come Jean-Luc Godard, Guy Debord e Alexander Kluge. Nel cinema del regista romeno, l’estetica del collage di frammenti si collega direttamente all’idea di détournement, anch’essa di matrice situazionista, ovvero all’attraversamento figurato di uno spazio – quello delle immagini – finalizzato a una riappropriazione di esse che porti all’emersione di nuovi significati. Questa tendenza appare evidente in Little Poems in Prose, opera nata in collaborazione con il critico Andrei Rus e con il montatore Catalin Cristutiu e presentata poche settimane nella sezione Flash Competition del FID Marseille.

A essere scandagliato e attraversato, nel mediometraggio di Jude e Rus, è lo spazio digitale di TikTok: una piazza, un palco, una bacheca, in cui l’umanità performa sé stessa entro un formato transitorio ed essenzialmente effimero che stringe e contingenta la visione. Little Poems in Prose è dunque una deriva digitale, un détournement che parte dall’idea di doomscrolling, ovvero lo scorrimento incessante e ansiogeno di una bacheca alla ricerca di cattive notizie, per diventare un’operazione di selezione, curatela e montaggio, in cui vengono messi in relazione e fatti dialogare frammenti diversi di TikTok romeni.
Lungi dall’essere un’operazione originale, quello di Jude e Rus non è certo il primo né il più riuscito tra i film che rimediano le immagini dei social network entro una forma cinematografica. Ciò che stupisce, però, di Little Poems in Prose è la straordinaria coerenza che riveste nella filmografia di Jude e le modalità con cui il film dialoga direttamente con gran parte del suo cinema. Se il mezzo di TikTok era già centrale in Do Not Expect Too Much From The End Of The World, opera-deriva in cui emerge con forza il tema della messa in scena deformata e manipolata della realtà, Little Poems In Prose prosegue su questo tracciato, mostrando le deformazioni esposte nella piazza social da diversi utenti romeni di TikTok. A emergere sono dunque le ossessioni, le eccentricità, le fantasie, ma anche i traumi di individualità che nel grande teatro mondo costituito dalla piazza virtuale dei social performano nude sé stesse, libere da vincoli e autocensure.

A un livello più profondo di analisi, però, la rimediazione delle immagini social entro un dispositivo cinematografico ci porta a riflettere su un tema centrale nei media studies contemporanei: la tipologia di rapporto che lo spettatore contemporaneo intrattiene con queste nuove immagini. I piccoli poemi in prosa dell’opera – il titolo è una citazione da Baudelaire, Jude persegue la logica del frammento e del collage anche nella scelta di citazioni letterarie – vivono e vengono fruiti normalmente nella logica dello scrap book definito a più riprese dal teorico del visuale Francesco Casetti. Nella transitorietà ed effimerità delle immagini e delle informazioni che circolano sulle bacheche dei social network, lo spettatore-utente ricostruisce un’immagine di sé non specchiandosi in un unico artefatto iconico, bensì selezionando, ritagliando e assemblando i diversi frammenti resi disponibili dal display con cui si interfaccia e su cui agisce direttamente, dando infine forma a un album di ritagli (uno scrap book) che è un autoritratto al tempo stesso specifico e generico.
Proprio il processo di rimediazione delle immagini social nella forma filmica, e dunque la privazione per lo spettatore della possibilità di scrollare, di scartare e di operare una selezione, dona a queste una nuova cristallizzazione, un punto di vista fisso. L’atto di selezione e di montaggio, infatti, sottrae i frammenti alla logica algoritmica e alla discrezionalità dell’utente, organizzandoli in uno scrap book compiuto e definito in cui emergono con evidenza, ma con meno brillantezza rispetto ad altre opere di Jude, simmetrie, analogie e contrasti.

Allo spettatore la libertà di riflettere se l’esito di questa azione dia forma a una finestra sulla contemporaneità, a uno specchio deforme della società romena, a un détournement 2.0 o, ancora, a un autoritratto degli autori del film.

Autore: Arturo Garavaglia
Pubblicato il 22/07/2026
Romania
Durata: 35 minuti

Articoli correlati

Ultimi della categoria