Sanguine

di Marion Le Corroller

Il body horror d'esordio di Marion Le Corroller coglie intuizioni felicissime ma fatica a farne vero cinema e presto cade vittima degli atteggiamenti che vorrebbe criticare, impantanato in una sorta di "ansia di influenza" che la porta a volersi accreditare in un immaginario che oggi corre talmente veloce da essere, paradossalmente, già "post".

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Un fast food in piena attività. Nelle cucine fremono le preparazioni, la fila di clienti si accalca alla cassa mentre il solito montaggio forsennato si affretta a mettere in immagini il controllato disordine della sequenza: scontrini che vengono battuti, ingredienti che scivolano dai panini, patatine che vengono fritte. Poi, esplode il caos: il ragazzo alla cassa, in apparenza mai così ordinario, colpisce violentemente il cliente con cui fino a un attimo prima stava parlando, in una sorta di lato B di una delle sequenze più ricordate di Quel giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher.

Inizia così Sanguine, esordio di Marion Le Corroller di passaggio alle proiezioni di mezzanotte dell'ultimo Festival di Cannes, e dopo questa prima scena a suo modo spiazzante il film andrà avanti per altre strade. Seguirà Margot, talentuosa studentessa di medicina, alle prese con un periodo di tirocinio massacrante nell'unità d'emergenza di un ospedale francese. Lei e gli altri futuri dottori saranno valutati da una temibile caporeparto sulla base dei pazienti curati ogni giorno, in un tour de force senza respiro che farà ammalare la ragazza di una sorta di malattia da stress lavorativo, una sindrome su cui la protagonista indagherà e che sembra molto simile a ciò che ha condotto il cassiere del prologo a quel violento scatto d'ira. Si ambienta per la maggior parte nell'ospedale in cui lavora Margot, Sanguine, eppure, la sensazione, è che non ci si sia allontanati troppo da quel fast food, per intenti e approccio operativo. Ma ci arriveremo.

 

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La linea su cui si infila Marion Le Corroller è in realtà abbastanza chiara ed è quella del nuovo body horror europeo, quello autoriale, dalle coordinate già relativamente definite. Dentro Sanguine ci sono sicuramente le immagini di Coralie Fargeat, ci sono i corpi potenziati e maltrattati di Julia Doucornau e c'è anche la stessa Corroller, che pur essendo all'esordio nel lungometraggio sembra puntare già a costruire una sua declinazione di quell'immaginario, almeno nelle prime battute. E lo fa prendendo i tratti e le ossessioni di quel cinema e attraversandoli con occhio clinico, freddezza quasi scientifica. Sanguine parte in effetti da un'idea forte, che è quella, in buona sostanza, di fare body horror senza mai parlare davvero di corpi e di orrore in maniera convenzionale, raccontando piuttosto certe catastrofiche mutazioni fisiche con i ritmi dei procedural medici, da E.R, a ovviamente The Pitt, come a voler immaginare una puntata di quegli show concepita dal Brandon Cronenberg di Antiviral, costeggiando una sorta di iperrealismo delle procedure mediche che si concentri sulle diagnosi, sulle terapie e sulle procedure per contrastare la malattia.
E poi ha senz'altro un'intuizione forte Sanguine, quella di tornare a una concezione primordiale di shock cinema, soprattutto di marca francese, annunciando, ad esempio, l'ingresso in scena della malattia con l’inquietudine atavica del sangue, che sgorga sul corpo del malato senza spiegazioni, come un'entità estranea, con cui non sappiamo più come rapportarci.

Si tratta di strutture, dettagli, su cui però il film fatica a costruirsi. Le Corroller ha evidentemente idee ma non abbastanza fiato per metterle in scena. Sembra anzi che lo sguardo distaccato con cui ha deciso di guardare al body horror finisca in breve per sovrastare il racconto, che in effetti appena entra nel vivo segue un ritmo stranissimo, diseguale, che piuttosto che affondare nella vicenda, nella mutazione, nell'indagine, tergiversa, prende tempo, si sofferma a costruire i legami tra i personaggi rallentando inutilmente il racconto. In realtà Sanguine sembra soprattutto manifestare una confusione di approccio che, a ben vedere, è tutta nella storyline, che gradualmente accantona la promettente idea dell'epidemia di lavoratori violenti (c'aveva in fondo già provato James Gunn con il bel The Belko Experiment) per concentrarsi su un racconto intimista con al centro Margot e il suo rapporto con la malattia. Ma questa linea narrativa si fa via via sempre più sgraziata, accantona la bella intuizione sul sangue da cui la metamorfosi era partita, porta in secondo piano l'indagine e impegna la brava Mara Taquin in un tour de force fisico per raccontare la sua mutazione come un processo suggestivo ma tutto di pancia.

Non si lavora così sulle immagini, non si prende posizione attraverso di esse, non si trova sulla lunga distanza una cifra distintiva nel racconto di un corpo che cambia e si scopre mortale. Ci si limita, semplicemente, a portare in scena il cambiamento e lo si fa affastellando eventi, piaghe, ferite. Ed è indubbio che la regia abbia un bello sguardo, sappia muoversi tra i dettagli di un fisico martoriato e sofferente, ma la sensazione di fondo è che si tratti, soprattutto, di una serie di esercizi all'interno dell'orizzonte del body horror. Più che un vero e proprio esordio "d'autore", Sanguine pare soprattutto un tentativo di posizionamento di Marion Le Corroller all'interno di un genere e di un meccanismo produttivo, un test per costruirsi una credibilità in rapporto a un certo contesto lavorativo, ai cui rappresentanti di primo piano vuole dimostrare di sapere dove guardare. 

Questo anche a costo di portare troppo in primo piano il set, i meccanismi, di svelare la natura dei suoi prelievi (The Substance, citato quasi inquadratura per inquadratura in una sequenza) o di scadere in passaggi forse superflui, ai limiti del cattivo gusto non ovviamente per cosa raccontano ma perché scoprono gli intenti del film, il tentativo palese di mettere a disagio lo spettatore e, al contempo, di presentare la sua regista come degna di ambire a lavorare tra i grandi del genere. E a farne le spese, a veder bene, sono anche i discorsi stessi del film, che ragiona delle derive distopiche del mondo del lavoro neoliberale, le incrocia con evidenti portati dal mondo del post-umanesimo, ma condanna anche queste suggestioni a dover risaltare sul rumore di fondo causato da uno sguardo troppo attento alla superficie dell'orrore per essere davvero politico.

In fondo a Sanguine basterebbe ripartire dall'ultimo atto, in cui la metamorfosi arriva allo stadio finale e si fa strada tra le immagini il tentativo di ragionare su una sorta di lavoratore perfetto, infallibile, ma anche straordinariamente lontano dall'essere ancora umano. C'è tutto un altro film in quell'avvincente sequenza, fenomenale per ritmo e idee per quanto ancora troppo legata a soluzioni dal facile impatto scenico (a partire dall'uso delle GoPro). Le Corroller non se ne accorge però. Sembra anzi caduta vittima degli stessi meccanismi che con il suo film vorrebbe criticare: la trappola del lavoro continuo, la competizione a tutti i costi, la volontà distorta di volersi dimostrare i migliori. Pare ancora incastrata nel fast food dell'inizio, e forse Sanguine è più efficace come strumento di indagine tassonomica sul cinema contemporaneo, la dimostrazione che i tempi a cui si muovono le immagini ed i riferimenti sono così accelerati, oggi, che anche una declinazione recentissima di un genere tutto sommato recente come il body horror, ovvero The Substance e Titane, è diventato immaginario post, materiale inerte da saccheggiare.

Autore: Alessio Baronci
Pubblicato il 20/06/2026
Francia, Belgio 2025
Durata: 103 minuti

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