Nagi Notes

di Kōji Fukada

Fukada sabota la perfezione dell'immagine digitale per restituire il primato alla parola e al suono. Tra il fuoricampo politico e la quotidianità rurale, il regista nipponico riscopre la lezione di Rohmer, ritornando poeticamente ai suoi primi film, e celebra l'imperfezione umana e il dialogo come unici strumenti di resistenza all'angoscia della modernità.

Nagi Notes, Kōji Fukada recensione film

Kōji Fukada è una delle voci giapponesi più significative degli ultimi venti anni, allievo di Kiyoshi Kurosawa. Da quest’ultimo Fukada ha sempre preso degli elementi in prestito, dall’impiego narrativo di un agente esterno che entra in una comunità alterandone gli equilibri – come un virus – all’utilizzo del fuori campo, capace di introdurre nei suoi film una tensione costante. Questi elementi si riscontrano anche in Nagi Notes, film in cui il regista unisce al suo tipico cinema della sottrazione una profonda riflessione sulla distanza, geografica ma anche e soprattutto esistenziale. Sotto la superficie di una narrazione routinaria che richiama Ozu, infatti, si nascondono gli spettri della solitudine e dell’incomunicabilità, elementi di cui sono preda Yuri (Shizuka Ishibashi), architetta di Tokyo in crisi coniugale, e l'ex cognata Yoriko (Takako Matsu), scultrice che realizza figure lignee a grandezza naturale. Nell’incontro tra queste due figure si nasconde la volontà di una rielaborazione del proprio passato, una ricostruzione del proprio tempo completamente al di fuori dei ritmi e dei canoni della modernità.

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Esattamente come Yoriko utilizza lo scalpello per far emergere la figura dal tronco di canfora, così Fukada ripulisce la narrazione dai picchi melodrammatici o dai risvolti thriller di film passati come Love Life e A Girl Missing, per abbracciare, piuttosto, una forma che riparta dalle cose semplici, dalla tradizione. Ciò spiega la scelta registica di concentrarsi, attraverso primi e primissimi piani, sulle gestualità delle mani, sulla ripetizione quotidiana delle azioni, sulla lentezza del tempo rurale, che regalano al film un’aura idilliaca che lo stesso Fukada, però, spezza abilmente attraverso l’utilizzo del fuori campo sonoro. In Nagi Notes, infatti, il macrocosmo entra nel microcosmo con degli accostamenti radicali – tra cui il rumore dei test balistici sullo sfondo e i sussurri delle protagoniste che parlano di divorzi, isolamento e vecchi amori, costituenti una dissonanza testuale molto interessante – che ribaltano la visione del film e gli regalano una soggiacente dimensione politica in cui il crescente disagio delle due protagoniste si sviluppa in parallelo a un mondo che si sta militarizzando. La scelta di cristallizzare l’immagine e regalare, piuttosto, il primato al suono – i colpi di mortaio che si susseguono nel corso di tutto il film e i bollettini radiofonici sulla guerra in Ucraina – crea una frizione fortissima, capace di far riflettere lo spettatore sulle tensioni geopolitiche globali pur in un contesto alieno e routinario.

Una simile contestualizzazione globale, tuttavia, non è mai messa in evidenza in modo negativo, ma ha un impatto estremamente positivo sulle vite delle due protagoniste: l’ambiente contadino della città di Nagi funziona infatti ottimamente nel creare contrasto tra la vita accelerazionista, frenetica ed estremamente industrializzata della città – di Tokyo, in particolare – e la dimensione rurale. Quest’opposizione non è connotata in modo nostalgico ma antropologico, sottolineando i punti di forza e di debolezza di ciascuna delle due realtà. Così, Tokyo si riscopre ambiente sicuramente pieno di possibilità e con un ventaglio di scelte più ampio agli occhi della protagonista, ma allo stesso tempo risulta uno spazio che rifugge le logiche di libertà e tranquillità, mentre Nagi, pur offrendo meno opzioni, si dimostra più affidabile e adatta nel trovare una forma diversa di serenità.

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Il regista nipponico indica comunque con sapienza la strada per combattere questa crescente angoscia attraverso la celebrazione delle piccole cose e della loro imperfezione, che può essere tranquillamente accettata. Il parlato, dunque, ha la meglio sulla semplice estetica, il copione sovrasta il visuale e la parola riesce a chiarire ciò che l’immagine non può. In molte scene di Nagi Notes, le due protagoniste sono riprese attraverso effetti flou, capovolgimenti d’immagine, camere oscure e separazioni diegetiche di scena che rendono il dispositivo mai del tutto limpido. Secondo Fukada, il digitale inganna perché simula una chiarezza che le relazioni umane non possiedono. Alterando l'immagine, il regista ci costringe a sforzare lo sguardo, a non dare per scontato ciò che vediamo, esattamente come i personaggi devono decifrare i propri sentimenti repressi, e soprattutto induce lo spettatore ad affidarsi completamente al canale uditivo.

Il primato della parola è soprattutto una riconquista di una dimensione umana e rohmeriana, nel senso più “vitale” del termine. Come nei film del regista francese, infatti, Nagi Notes riscopre che la vera bellezza della vita non risiede tutta, banalmente, nei pixel e nella perfezione delle immagini, quanto nella loro semplicità e nella fragilità e nel coraggio di due persone che si parlano attraverso il silenzio del mondo.

Autore: Antonio Orrico
Pubblicato il 05/06/2026
Giappone
Regia: Kōji Fukada
Durata: 110 minuti

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