In the Hand of Dante

di Julian Schnabel

Un film-paradosso, per come sembra focalizzarsi sulla capillarità con cui l'eredità dantesca strega ancora le nostre coscienze per poi tradire le sue premesse, rifugiandosi nelle pieghe del dramma in costume quasi fosse una mera agiografia.

dante - recensione film

Quella di Dante è un'eredità totalizzante, in termini di influenza culturale sulla lingua e sulla letteratura italiana, eppure al tempo stesso appare invisibile. Degli scritti originali del Sommo Poeta non esistono di fatto delle vere tracce, e nel corso degli ultimi 700 anni abbiamo conosciuto l'opera del maestro fiorentino solo attraverso “copie”, repliche e ri-stampe dei suoi lavori. L'enorme retaggio dantesco, perciò, si è da sempre configurato come un “fantasma”, esploso di Secolo in Secolo grazie alla capillarità con cui La Divina Commedia è entrata nell'immaginario collettivo nazionale (e non solo) nonché all'impatto irreversibile che ha esercitato sulla formazione della lingua nostrana, erede e depositaria dell'espressione poetica di un autore della cui scrittura, al giorno d'oggi, non esiste neanche una reale documentazione. È a questa valenza propriamente ambigua, a metà tra il fantasmatico (l'assenza dei suoi scritti originali) e il tangibile (l'onnipresenza del suo segno artistico nell'orizzonte culturale degli italiani), che il film di Julian Schnabel, In the Hand of Dante, guarda quasi ossessivamente, tanto da legare ogni sua istanza – sia tematica che puramente narrativa – alla ridondanza con cui lo “spettro dantesco” continua a stregare l'immaginazione dei posteri.

Presentato Fuori Concorso all'82ª edizione del Festival di Venezia, il settimo lungometraggio del cineasta statunitense si apre con una dichiarazione d'intenti relativa all'impatto emotivo che la magnum opus del Sommo Poeta genera sulla psiche di chi la studia, data dalla sovrapposizione ideale di storia (cioè intreccio) e Storia, per cui il cammino “criminale” di un accademico diventa specchio del fascino totalizzante che la memoria dantesca detiene nell'immaginario pubblico mondiale.
Nick (a cui presta il volto Oscar Isaac) è uno studioso di letteratura appassionato della Divina Commedia. La sua relazione con l'iconico poema è ambivalente, a metà tra l'assoluta fascinazione e il “tedio” che qualsiasi testo può generare in chi lo analizza per un periodo di tempo esteso. Ma l'avvento di un fatto propriamente straordinario lo porta a mutare il suo legame con il Sommo Poeta, sia in termini accademici, sia per quel che riguarda l'ossessione che l'opera dantesca ha da sempre attivato nel suo animo. A partire da questo evento “impossibile” – il ritrovamento del manoscritto originale della Divina Commedia – In the Hand of Dante cerca di creare una sinergia tra passato e presente, tra il desiderio di preservazione/appropriazione provato dal protagonista nei confronti del celebre capolavoro letterario, e il percorso verso la sublimazione artistica del grande poeta, ugualmente interpretato da Isaac. In questa primissima parte di film, in cui Nick viene assoldato da una famiglia mafiosa newyorkese guidata da Joe Black (John Malkovich) per recuperare in Italia il manoscritto al fine di autenticarlo illegalmente e di venderlo a un prezzo senza precedenti, In the Hand of Dante sembra quasi muoversi a suo agio nelle pieghe della commedia nera, un registro che permette di esaltare quel processo trasformativo che l'arte del maestro fiorentino risveglia nel cuore dell'accademico. Tuttavia, nel momento in cui il film inizia a intersecare la deriva criminale di Nick con i flashback del poeta, il racconto sprofonda in un abisso da cui non riesce più a risollevarsi, per di più paradossale poiché vanifica e rinnega le premesse su cui si basa(va) l'intera narrazione.

L'incongruità sta in buona parte qui: nell’avere un film inizialmente focalizzato sull'eredità del poeta, sul peso con cui la poetica dantesca schiaccia ancora a 700 anni di distanza le nostre coscienze, che decide all'improvviso di rifugiarsi contraddittoriamente nei meandri del biopic tradizionale, così da ricostruire la storia del giovane Alighieri quasi fosse un'agiografia istituzionalizzata del maestro. Tutte le volte che Schnabel interfaccia il cammino di Nick con il passato, il lungometraggio smarrisce ogni coordinata, perché cerca – e direi stranamente – di raffigurare con fedeltà la storia di Dante in modo da creare una connessione emotiva con la dimensione presente del racconto, quando l'obiettivo dichiarato dell'opera era invece quello di indagare il “fantasma del maestro” (e la centralità che continua a detenere nell'immaginario collettivo globale) attraverso le attività criminali del protagonista, e la fascinazione immensa, inevitabile e non codificabile che l'uomo prova nei confronti di un ingombrante letterato che appartiene a mondi passati, di cui – non a caso – non c'è alcuna traccia fisica nel presente. E proprio mentre cerca di evocare lo “spettro dantesco” in ogni azione, pensiero e sguardo del disorientato Nick, ecco che il cineasta dissolve involontariamente tutti questi discorsi nell'istante in cui crea sinergie con la Storia evocata nei flashback tramite i classici linguaggi del dramma in costume. Una scelta di grammatica filmica che non solo risulta incongrua rispetto alle dinamiche crime o da black comedy dell'incipit, ma che addirittura arriva a scontrarsi con le imbarazzanti incursioni pseudo-oniriche dell'atto finale: un insieme di registri e toni discordanti che conducono il racconto alla sua deriva irreversibile. Con il film che rimane così schiacciato da una narrazione apertamente iperbolica, senza mai riuscire a replicare la profondità della poesia o la precisione della prosa.

Autore: Daniele D'Orsi
Pubblicato il 15/09/2025
USA, Italia 2025
Durata: 153 minuti

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