It Follows

Il pluripremiato horror di David Robert Mitchell teorizza gli stilemi dell’orrorifico e al tempo stesso li stravolge, creando un film unico nel suo genere e dalle molteplici chiavi di lettura

David Robert Mitchell, cineasta quarantenne nativo del Michigan, aveva già fatto parlare – assai bene – di sé nel 2010 col pregevole lungometraggio d’esordio The Myth of the American Sleepover, un drama-comedy sul coming of age di quattro adolescenti di Detroit. La sua opera seconda, It Follows (2014), presentata anche al Festival di Cannes dello scorso anno, può essere vista come l’horror-rivelazione del 2014, forte di numerosi premi conseguiti nelle maggiori kermesse internazionali. Il film si presenta, apparentemente, come un horror tradizionale con protagonisti un gruppo di adolescenti e focalizzandosi su Jay (bravissima Maika Monroe), tipica teenager cinematografica americana, bionda e di bell’aspetto. La giovane ha un appuntamento col misterioso Hugh (il cui vero nome è in realtà Jeff): dopo aver avuto un rapporto sessuale, il ragazzo la lega a una sedia a rotelle per costringerla ad ascoltare ciò che ha da dire; il giovane le ha consapevolmente “trasmesso”, tramite il coito, la presenza di un’entità malevola (l’ “It” del titolo) che la seguirà ovunque al fine di ucciderla, assumendo sembianze sempre diverse e prendendo anche l’aspetto di coloro che le sono vicini. L’unico modo per liberarsene (anche se non completamente) è trasmetterla a qualcun altro e, in caso Jay venisse uccisa, la “cosa” tornerà a prendere Jeff per poi risalire a chi ha dato inizio a tutto ciò.

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Si nota, immediatamente, l’originalità del plot, e proseguendo con la visione ci si rende conto di trovarsi di fronte a un film in tutto e per tutto diverso dai soliti prodotti di genere, colmo di sottotesti e aperto a interpretazioni assai diverse fra loro. Mitchell, nelle interviste, presta molta attenzione a non divulgare troppi dettagli della trama e a non fornire una propria chiave di lettura del narrato: è interessante però notare il modo in cui alcuni critici e spettatori si siano fermati soltanto alla superficie, definendo il film “puritano” nel suo associare il sesso alla persecuzione e alla morte, elemento che è peraltro perno portante degli slasher anni ’80 e che da allora è stato più volte frainteso. Il cineasta ha voluto precisare che It Follows è assai lontano da qualsivoglia atteggiamento bacchettone: in questo modo si frena dunque la tendenza a limitarsi alla lettura più semplice ed elementare, ossia la metafora dell’HIV, in quanto l’opera va ben oltre.

Mitchell riprende gli stilemi dello slasher classico anni ’80 – ma non solo – rileggendoli completamente e teorizzandoli in modo visivo e non esplicitamente verbale come invece accadeva nel celeberrimo Scream di Wes Craven: si va dall’ambientazione nel sobborgo (Nightmare,Halloween), passando per il magnifico score dal sapore carpenteriano (firmato da Disasterpeace) fino a giungere all’inganno dell’apparenza che rimanda a titoli come La Cosa e L’invasione degli Ultracorpi. Anche qui vi sono regole ben precise, ossia quelle dettate da Jeff a Jay nel momento in cui la mette al corrente di cosa le abbia trasmesso, dettami comportamentali a cui la giovane deve attenersi per cercare di sopravvivere.

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Le tematiche di fondo sono molteplici, a partire dal coming of age visto attraverso uno sguardo adulto, quello del regista: nonostante gli adolescenti siano il perno del narrato, It Follows si dirige maggiormente verso un pubblico adulto e analitico, nel suo essere stratificato e disseminato di dettagli che si rivelano fondamentali. Nel passaggio dall’infanzia all’età adulta si sottolineano, in primis, i concetti di libertà e innocenza legati agli anni della crescita: è emblematica, in questo senso, la sequenza in cui Jay, sdraiata in auto e poco prima di venire narcotizzata dal ragazzo, rievoca il modo in cui, da bambina, immaginava la propria adolescenza. Libertà, corse in auto, per poi concludere il discorso con un pessimistico – e realistico - “ora siamo senza una meta”: l’innocenza della fase infantile, prima del sesso che è iniziazione e dell’incertezza che caratterizza la pubertà. Ai sogni di libertà si contrappongono dapprima la paura, dopodichè la paranoia: lo spaesamento adolescenziale, il timore non solo di crescere ma anche quello della sessualità, della solitudine e, in primis, di sé stessi e del proprio futuro. Jay è perennemente circondata da un gruppo di amici, coloro con cui è cresciuta: Paul (Keir Gilchrist), da sempre innamorato di lei, la sorella Kelly (Lili Sepe), l’occhialuta Yara (Olivia Luccardi) e il belloccio Greg (Daniel Zovatto); gruppo affiatatissimo e inseparabile, in un universo in cui gli adulti vengono soltanto nominati, per comparire di spalle oppure sfocati, eccezion fatta per la "madre" di Jeff, che si vede chiaramente in volto per una sola inquadratura. Un mondo a parte, in cui i “grandi” sono assenti, noncuranti, a partire dalla madre di Jay e Kelly che viene mostrata assai di rado e sempre in modo parziale. Non è trascurabile notare che, per contro, la maggioranza dei “fantasmi” che inseguono la protagonista sono di età matura, in alcuni casi anziani: riecco, dunque, la paura del divenire adulti che si materializza e prende forma.

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La tanto agognata libertà si scontra con la paranoia che imprigiona coloro che vengono “infettati”: l’entità segue alle spalle e può assumere l’aspetto di qualsiasi persona, rendendo così indecifrabile il confine tra realtà e immaginazione. Mitchell riesce a trasmettere l’ossessione anche allo spettatore, che non può fare a meno di chiedersi se le figure che si avvicendano sullo schermo, le comparse che camminano in strada o nei giardini, siano persone reali oppure quell’ “It” sotto mentite spoglie. Un disorientamento che viene accentuato – in modo mirabile - dall’assenza di elementi che possano collocare il film in un’epoca precisa: alcune auto sono anni ’80 e altre anni ’50, televisori e radio sono datati ma non ascrivibili a un periodo esatto, così come l’abbigliamento dei personaggi. Il cineasta gioca col tempo anche – e soprattutto – con uno degli elementi spartiacque dell’horror moderno, ossia il telefono: gli apparecchi fissi sono anch’essi non connotati e non vi sono cellulari; nel magnifico incipit, che racchiude in nuce il senso dell’intero film, vediamo una ragazza chiamare il padre dalla spiaggia, poco prima di venire uccisa: ciò può portarci a pensare che stia usando un telefono mobile. Guardando più attentamente, si noterà che l’apparecchio è troppo grosso e, considerando che vi è un’auto nei paraggi, si può concludere che è un telefono da automobile. Il fattore maggiormente “straniante”, e al tempo stesso geniale, è un reader touch-screen utilizzato da Yara a forma di specchietto a conchiglia, dunque decisamente vintage: un oggetto che non esiste, e che unito agli altri elementi può anche simboleggiare la scarsa importanza della tecnologia di fronte alla paura totalizzante che si è impossessata di Jay, nonché sottolineare la centralità della comunicazione verbale rispetto a quella mediata da apparecchiature. Nel corso di un’intervista, Mitchell ha motivato la scelta dell’assenza di connotazione temporale al fine di rendere l’atmosfera irreale, legata all’ambito onirico: l’idea per la pellicola, infatti, deriva proprio da un incubo che perseguitava il regista da bambino, nel quale un personaggio maligno lo inseguiva camminando.

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L’acqua è altro elemento primario di It Follows: la piccola piscina/vasca in giardino, il mare e, infine, la piscina olimpionica che fa da sfondo al climax del film, ossia il punto cruciale della “caccia al mostro”: acqua che ovviamente purifica ma che è, al tempo stesso, terrorizzante e può non rappresentare la salvezza.

Il finale è ambiguo e, come l’intero narrato, aperto a diverse interpretazioni. La bellezza e l’unicità dell’opera di Mitchell risiedono proprio nello sfidare lo spettatore a una visione attiva e attenta, spingendolo a elaborare in maniera personale ciò che vede scorrere sullo schermo.

It Follows, che è indie movie con un budget di circa 2 milioni di dollari (incassandone circa 14 milioni solo negli States), rappresenta un punto di svolta nell’horror contemporaneo nel suo essere riflessivo, teorico e con una certa complessità di fondo: assolutamente meritevole e doverosa la visione, meglio se ripetuta al fine di cogliere i molteplici aspetti che l’opera racchiude in sé.

Autore: Chiara Pani
Pubblicato il 18/05/2015

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