The Day She Returns
È forse quindi lo stesso Hong Sang-soo a suggerire che è proprio la parola scritta, nella forma di articolo, saggio o sceneggiatura che sia, ad avere ancora potere sul reale.
La collaborazione tra Hong Sang-soo e il Berlin International Film Festival sembra essere più florida che mai: The Day she Returns, dopo What Does that Nature Say to You presentato in concorso lo scorso febbraio, diventa il settimo installement” del cineasta coreano nella capitale tedesca. Il film risulta essere, oltretutto, anche un grandioso ritorno cromatico: fu Walk-up, nel 2022, a registrare il suo ultimo passaggio al bianco e nero.
Ed è proprio questa rentrée al primitivismo delle immagini che suggella il collegamento con l’opera del 2022: The Day She Returns difatti, parrebbe, in superficie, un aggiornamento, una rivisitazione dello scheletro narrativo di In Our Day. Nel quale, un regista ormai ritiratosi a vita privata dopo la morte del suo gatto, riceve, insieme ad una famosa attrice ritornata da poco in Corea del Sud, giovani artisti in cerca di consigli.
In The Day She Returns ci troviamo di fronte ad uno schema pressoché similare: una famosa attrice che torna alla recitazione dopo anni di inattività riceve, al tavolo di un ristorante di cucina tedesca, giovani giornaliste che bramano di intervistarla, tanto più per la sua immagine di un tempo quale icona di bellezza, che per il nuovo film che la vede protagonista.
Ed è proprio in questa accennata ripetitività tematica che il film concentra tutta la sua forza, nel sovrapporsi delle figure delle intervistatrici, esili sagome eteree che sembrano emulare quella di Bae Jeongsu (Song Sun-mi), alla ricerca di un loro spazio nella industry del cinema coreano.
Mano a mano che le domande si susseguono, tutte uguali tra loro, è l’assottigliarsi della singolarità di ognuna delle ragazze a produrre una reazione sempre più respingente da parte della protagonista: più una frase assomiglia a quella pronunciata dalla precedente, più Bae Jeongsu sembra perdere di luminosità e forza. Da personaggio solare e spontaneo ad inizio film, a puro automa da “interviste” alla fine del terzo segmento.
Proprio alla fine di questa ultima sezione di interviste, quando Bae Jeongsu si reca alla sua settimanale lezione di recitazione e le viene chiesto di replicare quanto le è accaduto durante la giornata, che la coincidenza caratteriale delle intervistatrici diviene reale smarrimento. Bae Jeongsu sembra incapace di ripetere, ricordare, ed emulare quanto è appena avvenuto. Le immagini delle ragazze si sovrappongono, le domande poste da esse si distorcono e assumono un significato contrario rispetto a quello iniziale. Variazioni che diventano pretesto, forse inconscio, per Bae Jeongsu di distorcere la realtà a sua pura necessità narcisistica. Una manipolazione degli eventi, figlia di un disperato tentativo di apparire, agli occhi di noi spettatori, nel mondo in cui lei avrebbe voluto vivere la sua vita: rimasta, forse, troppo presto incatenata ad un matrimonio non voluto e ad una figlia inattesa.
Dapprima, a indicarci questa volontà nel cercare di mutare il reale, e di conseguenza avvenimenti passati di vita privata, è la telefonata che intercorre tra la protagonista e una delle tre intervistatrici, dove si palesa la sua necessità di oscurare, manipolare e distorcere lo script, non ancora completo, dell’articolo che la giornalista avrebbe poi scritto, usando come base le dichiarazioni registrate dalla stessa durante la mattina.
È forse quindi lo stesso Hong Sang-soo a suggerire che è proprio la parola scritta, nella forma di articolo, saggio o sceneggiatura che sia, ad avere ancora potere sul reale, rispetto a tutti gli altri media. La forza necessaria a manipolare gli eventi tramite elisioni ed omissioni; distorsioni minime, ma che possono generare, agli occhi del lettore o dello spettatore - quindi, appunto, noi - un mutamento nella percezione non solo del contemporaneo, ma anche del passato.
Quello stesso mutamento che vediamo e percepiamo verso la figura di Bae Jeongsu, dapprima icona irraggiungibile, poi semplice star narcisista e manipolatrice.
The Day She Returns sembra essere quindi il film, almeno rispetto all’ultima decade di produzioni, più pessimista e decadente di Hong Sang-soo. Mai si era vista una tale repulsione, accennata o suggerita, verso un personaggio principale. Un ritorno al bianco e nero che, forse per la prima volta, ci consegna la visione di un mondo senza colori e sfumature – la stessa scelta cromatica è virata verso una palette di bianchi e neri asettici e mai incisivi nel donare profondità alle inquadrature - dove persino la luce di un’icona del cinema sembra essere ormai quella di una stella morente.