You Don't Belong Here
Florin Șerban esordisce nel concorso di Locarno con un’opera che, nel solco del cinema romeno contemporaneo, rifiuta spiegazioni facili e lascia parlare le immagini. Attraverso uno sguardo distante e rigoroso, la ricerca della verità diventa un’indagine sui pregiudizi e sulle contraddizioni dell’uomo moderno. Ciò che emerge dall’omicidio di un cittadino di origini rom finisce per disgregare i legami su cui si fonda la società romena e il nostro modo di guardare le cose cambia assieme al protagonista.
Marius (Adrian Văncică) è un chirurgo, responsabile medico dell’ospedale della città in cui vive da quando è nato. Un giorno il suo assistente lo chiama da parte e lo porta a vedere un cadavere disteso sul pavimento della sala d’attesa, con la testa spaccata. Nonostante i dubbi del protagonista e le prove evidenti presenti sul corpo del defunto, il suo amico, ufficiale di polizia, insiste per eseguire un’autopsia, motivata dalle origini rom della vittima, che quindi nella prospettiva dello Stato deve essere per forza in qualche modo colpevole della sua stessa morte.
Questa sequenza di scene, che il regista avrebbe potuto tranquillamente distribuire in alcuni controcampi e riassumere in pochi minuti, è invece girata con due lunghi piani fissi in cui la macchina da presa si mantiene a debita distanza dai personaggi e dal cadavere stesso al centro delle vicende, esibendo la vicinanza dello sguardo del regista ad altri suoi connazionali come Cristian Mungiu e Cristi Puiu. La cinematografia romena si è infatti distinta negli ultimi vent’anni per la sua attenzione a mettere in scena importanti temi sociali attraverso sguardi chirurgici e privi di semplici conclusioni didattiche e Florin Șerban, alla sua prima opera in concorso al Festival di Locarno, riesce a inserirsi in questo panorama piegando un soggetto mystery ai canoni del cinema d'autore che lo hanno ispirato. I principali misteri di You don’t belong here (Nu e loculi tau dici), riguardanti l’identità dell’assassino e il coinvolgimento del figlio di Marius, Ioan (Teodor Butănescu), nell’omicidio della vittima rom, vengono così svelati senza sensazionalismi, ma con una lenta ricerca sulla verità che diventa una ricerca nell’immagine stessa.

La realtà si rivela agli occhi del protagonista progressivamente, la fissità di queste inquadrature di esasperante lunghezza spinge lo spettatore a osservare i personaggi per comprendere la loro verità sugli eventi. Il nostro occhio diventa così critico nei confronti delle facili semplificazioni con cui la società civile vuole trovare una risposta a dilemmi che la affliggono e il regista invita gli spettatori a osservare meglio, a capire che la verità sul contemporaneo si può raggiungere solo imparando a guardare. Se i personaggi a parole si fanno portavoce di idee conservatrici e anti-moderne, è solo osservandoli a lungo che possiamo cogliere i motivi dei loro conflitti con la contemporaneità, rimanendo distaccatamente lucidi rispetto ai loro pensieri, senza bisogno di una banale didascalia che ci indichi cosa pensare di quanto i protagonisti dicano o di come scelgano di agire.
Per questo, la regia spia i personaggi dal fondo di stanze e corridoi e li intrappola all’interno di geometrie in cui l’ambiente domestico diventa una prigione, propria dell’uomo in quanto sottomesso a quella stessa società che ha cercato di difendere. Questa aderenza da parte del cineasta a un modello riconoscibile di cinema d’autore diventa così la base su cui immettere schegge di rottura dello schema: movimenti di macchina e scelte particolari sull’aspetto sonoro attraverso cui l’autore romeno mette in scena l’oppressione del singolo nella contemporaneità senza rimanere a sua volta sotterrato dagli stereotipi del cinema sociale festivaliero.
Oppressione che riguarda in primo luogo lo stesso Marius, il cui percorso di lenta presa di consapevolezza diventa una fredda affermazione di come man mano che l’uomo moderno si avvicina alla verità e apprende come guardarla meglio, essa porti con sé la dissoluzione dei legami familiari su cui la società patriarcale ha costruito le sue fondamenta. Perché come ha detto il regista presentando il film, il suo sguardo inquadra “un modo di vedere il mondo che sta scomparendo o che dovrebbe scomparire”.

La stessa frase “L’idea che agli occhi di un genitore ogni brutto anatroccolo sembri un cigno è solo una bugia per giustificare figli mediocri”, pronunciata dal protagonista nei confronti di Ioan, riassume cosa pensa Șerban del confronto generazionale tra padri e figli nella Romania contemporanea. Quella descritta dal regista è una paternità che ritiene perduto il futuro dei propri figli e che, non potendo più imporre un modello di mascolinità forte su di essi, preferisce incolparli del mancato raggiungimento di traguardi che loro stessi non hanno conseguito. Scoprire la verità sul reale vuol dire comprenderne le sue deformazioni: lo stesso Adrian Văncică si deforma lungo il corso del film, mutando l’apparenza di Marius, cambiando postura ed espressioni, passando da un registro rigido e impostato a uno fortemente melodrammatico e disperato, in un pieno allinearsi della trasformazione fisica di corpo e volto del protagonista con la lenta degenerazione della sua morale.
L’originalità delle conclusioni a cui arriva Șerban sta nel modo in cui l’agire stesso del protagonista diventa progressivamente più futile man mano che la realtà degli eventi gli appare più definita. In un contesto come quello della cinematografia romena moderna, che pure quest’anno con Fjord di Cristian Mungiu ha cercato nel relativismo e nell’idea che ognuno è portatore della sua verità la risposta ai dilemmi politici del contemporaneo, appare più coraggiosa la prospettiva di un autore che riempie il suo protagonista di dubbi e paranoie, per poi fargli gradualmente definire la propria realtà e abbandonarlo infine nella sua mediocrità, sconfitto, rimasto da solo assieme all’immagine del padre che non è mai stato.