Amaranto

di Emanuela Moroni e Manuela Cannone

Guarire il mondo, un bambino alla volta...

Amaranto - recensione film Cannone

Guarire il mondo, un bambino alla volta. Questo il promemoria, solo apparentemente utopico, per quanto ancora da imprimere a livello globale, appuntato nel documentario Amaranto dalle registe Emanuela Moroni e Manuela Cannone.

Ma si deve iniziare dal farsi resistenza, ognuno per sé, scrollarsi di dosso il paradigma economico-culturale dominante, consumistico e individualista, come appunto la pianta erbacea dell'amaranto, selvatica e spontanea, che nel caso eclatante citato dal film ha invaso le piantagioni di soia transgenica di una delle più grandi multinazionali del mondo. Iniziare, dunque, da quanto abbiamo a portata di mano, dalla ricerca e condivisione di testimonianze, uomini e donne che eccezioni di oggi, possono col proprio esempio pratico infondere consapevolezza e responsabilità nel ciclo di vita che ci circonda e come l'amaranto diramarsi nella collettività.

La narrazione è impostata infatti come la scansione in capitoli di una vita intera: la nascita, come evento genitoriale consapevole, l'educazione creativa, il radicamento ai luoghi come investimento psico-sociale, quindi il co-abitare ed infine la morte come rinascita. Tutto in una prospettiva alternativa, magari silente, lenta e incontaminata che possa dimostrare come decisioni e soluzioni differenti, sempre rispettose dell'essere umano e suo ecosistema, siano possibili e possano comportare una sana e benefica diversità. Insomma che la rassegnazione di essere pochi sostenitori di progetti e ideali solidali secondo natura, non è più una scusante.

Innegabile come oggi il documentario, indagine del reale, sappia essere militante e dolce al tempo stesso, per mostrare quanta vita premurosa e solerte si realizzi a riflettori spenti e lontano dai megafoni contraffatti dei media (si pensi a "Un paese di Calabria" di Aiello e Catela o al "Dove bisogna stare" di Gaglianone). In questo mettersi in viaggio con piglio spensierato, in ascolto delle conquiste esistenziali e riconciliazioni etiche altrui, Amarato s'affianca a "Sarà un paese" di Nicola Campiotti, in cui ad "altezza di bambino" erano interrogate le maggiori contraddizioni politiche del bel paese. Dicasi lo stesso per la scelta estetica di ammantare l'opera di fantasticherie e leggerezza di spirito, attraverso soluzioni creative di composizione e montaggio, tra cui un prologo che attinge a piene mani dall'immaginario filmico di Jean Pierre Jeunet, pur tuttavia lasciando che a condurre l'esposizione siano gli intermezzi: la marionetta di Augusto Terenzi, le illustrazioni di Marta Consoli, le animazioni e gli effetti visivi di Alessandro Antonelli.

Amaranto, chiede allo spettatore di essere concreto, di fermarsi a riflettere su scelte di vita, radicali e semplici, che ciascuno di noi è in grado di cogliere e intraprendere. Gesti da praticare nell'arco di una vita e da più vite insieme, nella più autentica interconnessione di intenti, proprio ora (e ancora se nn ora quando! ) che il pianeta versa nella più acuta emergenza climatica e umanitaria, ma anche ora che l'uomo come singolo e come specie dispone dei mezzi più incisivi e simultanei per iniziare ad invertire la rotta. Attraverso il loro lavoro indipendente (Audience Award al RIFF2018) le coautrici manifestano un attivismo ecologico, nel senso quanto più esteso del temine, non solo strettamente ambientalista, ma anche civico e intellettuale, avendo fatto leva su ben due crowdfunding per la produzione e sulla divulgazione di filosofie strategiche di salvaguardia del pianeta, tramite volti e voci dirette di maggiori teorici (tra i tanti Serge Latouche, Helena Norbert-Hodge, Franco Arminio) i quali rispondono al quesito "qual è l’urgenza più grande in questo momento e qual è la sua soluzione?".

Siamo pratici anche in questa sede: una produzione tanto leggiadra quanto ai margini del grande circuito distributivo commerciale, dove può attecchire spontaneamente e sabotare il campo di un sistema di massa, ormai superato? Recenti disposizioni di legge hanno reintrodotto l'insegnamento (già pre-ordinato in ore e programmi) dell'educazione civica nelle scuole come trasversale alle classiche materie di studio e già da qualche anno la legge sull'educazione al linguaggio cinematografico ha trovato attuazione attraverso bandi progettuali e piattaforme pedagogiche d'accesso provilegiato al circuito scolastico. Perchè non coniugare allora le intenzioni didattiche dell'illuminato legislatore e lasciare che l'educazione civica sposi ufficialmente l'alfabetizzazione audiovisiva, non solo come strumento di difesa dai pericoli della rete e dal trash televisivo, ma anche e soprattutto quale ricognizione dei saperi e della facoltà di saper scegliere, appunto, che tipo di cittadini si vuol e può diventare in questo stare al mondo? Nella libertà e responsabilità della scelta (a prescindere dal bene e male, valori altamente soggettivi) risiedeva la gran virtù della morale... sosteneva già secoli fa il saggio filosofo umanista.

Autore: Carmen Albergo
Pubblicato il 26/05/2019

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