Black Lions – Roman Wolves

Il nuovo lavoro di Haile Gerima è un film-saggio che del genere rifiuta la tradizione, manipolando forma e diegesi con l'obiettivo di mettere in crisi la capacità, e il diritto, dell'immagine coloniale di farsi veicolo della Storia. E in questo scardinamento c’è qualcosa di profondamente politico.

Black lions recensione film

Deridere le dittature per portare a una riflessione urgente sul presente. Nel corso delle dieci ore che compongono la nuova opera fluviale di Haile Gerima, Black Lions – Roman Wolves, lo spettatore è incessantemente accompagnato sia dai canti tipici dell’Etiopia che da una musica vicina ai canti littori della dittatura di Benito Mussolini, rivisti però in una chiave completamente dissacrante, con l’intento complessivo di deridere e decontestualizzare – attraverso un uso molto intelligente della cacofonia – le immagini di conquista e di lotta del regime fascista, che si fanno così non solo testimonianza ma luogo d’invocazione, sede di rituali anti-coloniali che espandono il messaggio e lo portano su binari universalmente contemporanei.

È in questo scarto minimo tra il serio e il faceto che si colloca la nuova opera del cineasta etiope, composta da cinque segmenti in cui si rilegge l’invasione fascista dell’Etiopia non come episodio periferico della storia europea, ma come epicentro rimosso della modernità occidentale. Il colonialismo, dunque, prende una configurazione del tutto mitologica, un’aura quasi epica grazie a un lavoro che procede lungo le crepe delle immagini d’archivio. Attraverso un montaggio a dir poco disallineato, Gerima affianca alla gravità degli eventi raccontati cambi di tono e di colore, una gestione ironica dell’archivio atta a creare un climax completamente stridente, nel quale immagini e suono appaiono in frequente e totale contrasto tra loro (come nel caso di un montaggio alternato nel terzo episodio, quando vediamo tra le immagini dei bombardamenti fascisti durante l’occupazione del 1953 alcuni italiani ballare il liscio in un momento di completa spensieratezza, nonostante fosse in corso un atto genocida nei confronti di un’intera popolazione).

Il lavoro sulle varie tipologie di formato che si susseguono in Black Lions – Roman Wolves, tra immagini d’archivio, interviste a testimoni oculari e a storici, riprese originali girate da Haile Gerima in periodi diversi, oltre al footage in presa diretta di alcune opere teatrali del padre, Ato Tafere, diventa un modo per svuotare quegli stessi dispositivi mediali della loro carica propagandistica e renderli di nuovo tracce, superfici opache. È in questa sottrazione che il film trova la sua forza, nella capacità di trasformare il documento in campo di tensione e di giocare con la Storia rovesciandola di senso, ponendola come materia capace di confliggere le immagini e di riaprire la ferita colonialista attraverso quelle stesse immagini, deformandole e rendendole ambigue. Il lavoro che il regista effettua su queste “crepe” è fondamentale per condannare l’atto d’invasione e rendere il discorso decisamente tout-court, rapportandolo all’attualità e ricollegandolo, inevitabilmente, alla questione palestinese e al dramma che assilla il Medio Oriente, dimostrando quanto il cinema possa essere universale e fondamentale nel riprendere la Storia per raccontare l’oggi.

Da questo punto di vista il film arriva, soprattutto nel quarto segmento, il più politico del lotto, a una vera e propria “chiamata all’azione”, nel momento in cui passato e presente si mischiano senza soluzione di continuità e la rabbia del popolo etiope, degli oppressi, esplode in modo definitivo, mettendo in crisi lo stesso apparato iconografico. Se nei segmenti precedenti l’archivio veniva già isolato, rallentato, contraddetto dalla parola, qui le immagini si reiterano in un modo completamente ossessivo, svuotando la retorica originaria e allentando definitivamente la relazione tra immagine e suono. Ed è proprio qui che Black Lions – Roman Wolves ­cessa di essere un film-saggio tradizionale, in quanto ne rifiuta la forma e manipola la diegesi. Non è più una questione, qui, di riscrittura della Storia attraverso le immagini, quanto una messa in discussione delle immagini come veicolo della Storia stessa – e lo si può facilmente notare nella scena che riprende uno dei discorsi di D’Annunzio, remixato e codificato per esorcizzarne la presunta magnificenza. Proprio in questo scardinamento, c’è qualcosa di profondamente politico. Perché se l’immagine coloniale perde stabilità, perde anche autorità. E ciò che resta non è una nuova verità pronta all’uso ma un campo aperto, instabile, in cui lo spettatore è costretto a ridefinire continuamente la propria posizione. Da questo punto di vista, Black Lions – Roman Wolves è un atto di resistenza in piena regola e, soprattutto, una presa di coscienza fortissima di quanto, dalla tragedia globale del colonialismo, si possa ancora imparare qualcosa di nuovo e capire che gli errori già compiuti in precedenza possono essere sistemati con umanità e criterio, anche attraverso la Settima Arte.

Autore: Antonio Orrico
Pubblicato il 05/05/2026
USA, Etiopia 2026
Durata: 531 minuti

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