Toy Story 5

di Andrew Stanton Kenna Harris

Ovvero di quel destino dolceamaro per cui, se il giocattolo può sempre essere reinvestito di senso attraverso il gioco, il device resta invece prigioniero dell'obsolescenza che lo definisce, perché non è fatto per essere tramandato, ma per essere sostituito, senza possibilità di un nuovo inizio.

Toy Story 5 - recensione film

Decine di Buzz Lightyear arenati su sabbie tropicali, in cerca del loro scopo: così si apre Toy Story 5, per la prima volta lontano da casa. Ed è proprio questa distanza tra il (s)oggetto e la sua funzione a essere problematizzata dal quinto capitolo del franchise, quasi a chiedere: cosa siamo quando veniamo resi completamente inutilizzabili? Un incipit che paradossalmente dialoga molto bene con un’altra uscita di questo 2026, ovvero Send Help di Sam Raimi (casualmente sempre distribuito da Disney). Ma se con Raimi vediamo un ribaltamento di tutte le narrazioni precedenti di naufragi di coppia - Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller, Laguna blu e Love Wrecked di Randal Kleiser, per dire –, col personaggio di Rachel McAdams che alla fine capisce di doversi aiutare da sola, in Toy Story 5 tutto ciò non è possibile: c’è sempre una spinta alla relazionalità – d’altronde parliamo di giocattoli – che dopo lo scontro iniziale culmina con l’assorbimento dell’estraneo nel Noi.

In questo caso, la negatività è espressa da Lilypad, un tablet che si presenta come un giocattolo ma pur sempre device rimane, portale di socializzazione anziché detonatore dell’immaginazione. Quando i genitori di Bonnie vedono che la bambina fatica a farsi degli amici, decidono di regalarle un Lilypad per integrarsi meglio: spinta alla relazionalità, dicevamo. Ma rispetto agli altri giocattoli, il tablet ha qualcosa in più: può sostituirsi a Bonnie, scrivere messaggi al posto suo, registrare le conversazioni e modificarle, scegliere a chi mandare la richiesta di amicizia e via discorrendo. Un vero e proprio avatar della sua presenza fisica – e quindi indubbiamente imbarazzante e imbarazzata, come è normale per i bambini che si avvicinano al crinale della pre-adolescenza –, potenziata per essere cool, smart, edgy. Nel tentativo di aiutare Bonnie a liberarsi di Lilypad, Jessie finisce a sua volta lontano da casa, ma è una lontananza più temporale che spaziale: la rossa cowgirl torna infatti nell’abitazione della sua prima proprietaria, dove ora vive una nuova famiglia. Ed ecco che la narrazione si divide con forza in tre direzioni diverse (altra rarità nell’universo Toy Story) seguendo ora il nostos dei Buzz Light Year, ora quello di Jessie, ora i tentativi di Woody e Buzz di riportare a casa la cowgirl scomparsa. Finché tutte le trame non convergono: Jessie capisce che i device possono essere un aiuto prezioso per mantenere le amicizie, e insieme a Lilypad, Buzz, Woody e alle decine di Buzz Ligh Year finalmente giunti al loro scopo orchestrano un piano per far diventare amiche Bonnie e Blaze, la bambina che vive nella casa d’origine di Jessie. Un piano che naturalmente va in porto, come testimonia il play date finale tra le due bambine, dove anche Lilypad viene finalmente usata come un giocattolo.

Toy Story 5 - recensione film fs

Verrebbe da chiedersi quanto questo jack-in-the-box narrativo possa funzionare a distanza di più di vent’anni – l’antagonista simbolo della fatale modernità che dopo varie peripezie viene ammesso tra i giocattoli, diventando a tutti gli effetti “uno di noi” –, se non fosse per la piega dolceamara che circonda Lilypad: lo spettro dell’obsolescenza tecnologica che accorcia la data di scadenza dei prodotti hi-tech con ogni aggiornamento software. Non c’è dubbio che a Lilypad succederà una sequela di vari apparecchi tecnologici fino ad arrivare all’immancabile iPhone, a sua volta rimpiazzato dal modello più recente. Ed ecco che il finale emula l’incipit, ribaltandolo: nella scena di gioco tra Blaze e Bonnie, Lilypad è scollata dal proprio “setting di fabbrica”, proprio come i Buzz Lighyear arenati sulla spiaggia. Ma se il giocattolo può sempre essere reinvestito di senso attraverso il gioco, il device resta invece prigioniero dell'obsolescenza che lo definisce: non è fatto per essere tramandato, ma per essere sostituito, senza possibilità di un nuovo inizio.

Autore: Ariel Conta
Pubblicato il 13/07/2026
USA 2026
Durata: 102 minuti

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