Jupiter
Sul crinale tra storia e destino, Jupiter di Alexandre Smia immagina un’Europa sospesa sull’orlo dell’Apocalisse nucleare. Attraverso la figura del presidente francese, il film interroga la libertà dell’uomo di fronte alla necessità della Storia e agli imprevedibili intervalli del destino.
Cosa succede quando una forza inarrestabile incontra un corpo inamovibile? A partire dal rapporto con le contraddizioni essenziali della realtà, con Jupiter, presentato fuori concorso alla 83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, Alexandre Smia propone una riflessione urgente sulle possibili sorti culturali e politiche dell’Europa. In un futuro prossimo, durante il conflitto iniziato nel 2022, il presidente della Russia, dopo essere stato vittima di un tentato omicidio, a detta sua, commissionato dal capo dello stato aggredito, minaccia l’annientamento dell’Ucraina. Dunque, il film segue da vicino la gestione della crisi da parte del neo-eletto presidente della Repubblica francese, Paul Archambault, a capo dell’unico Stato europeo in possesso di testate nucleari in grado di fornire una deterrenza atomica. Così, in queste giornate particolari, lo spettatore è portato a seguire e guardare l’attualità da un punto di vista inedito, quello di chi, in ultima istanza, deve cogliere nelle finestre di tempo del destino il momento giusto per agire.
Senza fare mistero del proprio cuore metafisico, l’opera si apre con una citazione di J. L. Borges: “Il futuro è inevitabile, esatto, ma può non verificarsi. Dio veglia negli intervalli”. Questa riflessione, legata ai paradossi sul tempo derivanti dal concetto cristiano di creazione ex nihilo, permette di tenere insieme due estremi incompatibili, ovvero, l’uomo e la Storia; il salto che fa il soggetto che patisce per comprendere l’esistenza del mondo in un decorso temporale che trascende l’uomo stesso. Da una parte, infatti, la Storia si presenta come il necessario risultato di una cosmogonia sorretta da un necessitante principio causale, dall’altra l’umanità rimane eternamente intrappolata nell’evidenza della propria libertà. In questo senso, afferma Borges, un merito di Gosse è “la sua involontaria riduzione all'assurdo di una creatio ex nihilo, la sua dimostrazione indiretta che l'universo è eterno, come pensarono il Vedanta ed Eraclito, Spinoza e gli atomisti... Bertrand Russell l’ha resa attuale”.

Così la struttura del film si muove sul solco di questo acosmismo, una suddivisione che da una parte ricalca la circolarità della Storia, mentre dall’altra espone una dimensione essenziale della Storia stessa nella sua totalità e dell’uomo. In questo modo, di Archambault vengono mostrati i due lati: la sua figura umana, gli occhi da cui traspare la finitudine nei piani dettaglio, rappresentano quello umanamente piantato a terra, posto di fronte all’impossibile necessità di dover scegliere; invece, l’incommensurabilità della potenza che un solo uomo detiene, lo proietta già nella Storia. In questa tragica ipotesi, nella quale un’escalation nel conflitto tra Russia e Ucraina rischia di gettare il mondo in un’Apocalisse nucleare, il presidente della Repubblica francese riveste contemporaneamente sia i panni del giovane Hegel che di Napoleone, ovvero, dello spirito del mondo entrato a Jena a cavallo.
Nonostante le angosciose premesse, il film si rivela essere ben più di un disaster movie, del quale usa sì la grammatica, ma in modo anti-spettacolare, ovvero, per creare uno sfondo apocalittico sul quale costruire una teodicea a cavallo tra l’esistenzialismo e la filosofia della storia. Il film, infatti, anche nei momenti di maggiore tensione (Atto V: intervalli), non trasforma mai la tragedia in epica e i personaggi in eroi, ma si limita a registrare la tensione dei volti, la diffidenza degli sguardi, la rabbia e la disperazione delle parole. Dopo aver messo per immagini uno scenario nel quale tutte le certezze dello spettatore si sgretolano, in cui nessuno slancio diplomatico e nemmeno la certezza della reciproca distruzione riescono a fungere da deterrente per l’Apocalisse, il film, riuscendo a non scadere nella banale retorica, si chiude alla soglia di quegli intervalli nei quali Dio veglia. L’esortazione dell’opera, sempre in dialogo con Borges, è allora quella di abbandonare il cieco superomismo per abbracciare la natura contraddittoria della realtà, di comprendere che, sulla scorta di Chateaubriand, “Sans une vieillesse originaire, la nature dans son innocence eùt été moins belle qu’elle ne l'est aujourd'hui dans sa corruption”.