Le Tigri Di Mompracem
Rodríguez filma un suo “uomo del sottosuolo” che in un’indagine esistenziale sospesa tra Natura e Psiche, affronta le insondabili profondità del mare per fare i conti con il mito del padre.
Con Le Tigri Di Mompracem, ancor più dei precedenti, Alberto Rodríguez sembra mostrare di non essersi liberato dalla “palude” morale e visiva de La Isla Minima. Al netto delle evidenti differenze di trama, l’opera del 2025 mette nuovamente al centro una ricerca delle ambiguità dell’animo umano; anche in questo caso lo sfondo dell’estetica e del senso è naturale, una Natura svuotata da ogni attributo romantico. Se nel film che a Rodríguez era valso il Premio Goya l’elemento principe era quello della terra, un suolo arido e fangoso come l’animo della popolazione locale, qui invece è l’acqua, o meglio, le profondità marine. Sin dalla prima scena, nella quale viene mostrato un video dell’infanzia del protagonista, il montaggio mostra la contraddittoria dualità affrontata dal film: prima l’immersione nel passato, immortalata dalla pellicola, poi l’emersione nel presente, accompagnata dalla nitida freddezza del digitale. Questa scelta di montaggio, accostando supporti e formati agli antipodi, crea un’ellissi temporale estraniante, che evidenzia una cesura anomala.

Partendo da qui, il film si struttura secondo un movimento di immersioni ed emersioni, nella ricerca di quel rimosso che il raccordo tra le immagini aveva tentato artificiosamente di elidere. La struttura narrativa viene allora scandita dalle spedizioni subacquee, micro avventure in prossimità dei fondali in dialogo con le vicende sulla terra emersa. Ed è così che quello che all’inizio sembrava un Corto Maltese dei nostri giorni, si rivela essere un altro uomo del sottosuolo. Così, in parallelo con l’evoluzione dei rapporti interpersonali di Antonio, in primis con la sorella (anch’essa presente nel filmato di infanzia), emerge il simbolismo psicanalitico legato all’elemento naturale. Il mare, con le sue insondabili profondità, respinge in superficie le bugie e le mezze verità del suo nevrotico esploratore, traghettato dalle responsabilità genitoriali e dalla malattia; è qui che il principio di realtà inizia a sgretolare il mito del padre. Il processo di elaborazione avverrà solo grazie a Estrella, la sorella, nonché ancella sacrificale del rito dell’immersione, quel gesto eroico che aveva creato gli idoli e camuffato le essenze.

Nonostante la novità di questo sottotesto psicanalitico, la dialettica tra natura terrestre e natura umana resta un elemento di continuità con la poetica di La Isla Minima. Andando oltre a questa ricorrenza, però, dal confronto con l’opera più nota del regista spagnolo emergono dei difetti strutturali de Le Tigri Di Mompracem. La stratificazione narrativa e visiva del film del 2014, ispirata a Memorie di un assassinio, era andata con successo oltre il genere rispettandone i canoni, riuscendo così a raccontare le contraddizioni della storia di un popolo attraverso un microcosmo. Al contrario, quest’ultima opera fallisce nel tentativo di integrare una metafora di profonda introspezione con gli stilemi del thriller, creando un connubio eterogeneo privo di tensione; tradendo quella che era stata una riflessione sulle contraddizioni del rapporto tra mito e memoria, il film si chiude con una semplicistica soluzione di comodo. Così, sebbene le pittoriche scene sott’acqua confermino la grande capacità di Rodríguez nel narrare l’interiorità umana attraverso l’ambiente naturale, il film nel suo complesso non riesce a portare avanti quella ricerca formale di un superamento dei codici di genere dall'interno dello stesso.