Wild

La lunga passeggiata raccontata da Jean-Marc Vallée offre attimi di imprevedibile meraviglia, con il monotono retrogusto del già visto

Canonico, scontato, smielato. Eppure, fin dalla primissima scena, Wild coinvolge e appassiona. Inserito in medias res nella toccante umanità del viaggio intrapreso dalla giovane protagonista, lo spettatore è infatti trascinato nel suo lento, solitario e impavido percorso di autoaffermazione. Il regista canadese Jean-Marc Vallée dimostra così, ancora una volta, di saper creare qualcosa di nuovo e autentico pur mettendo in scena la più nota delle storie e avvalendosi di un linguaggio classico, formalmente perfetto, tipico del miglior cinema hollywoodiano, incentrato sulla valorizzazione della perfomance attoriale e lo svisceramento dell’emotività che sottende la trama. Un tratto che già emergeva nei primi lavori dell’autore e che ha portato il suo precedente Dallas Buyers Club alla conquista della statuetta per entrambi gli attori coinvolti, Matthew McConaughey e Jared Leto.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico uscito nel 2012, ripercorre la vera storia di Cheryl Strayed, Reese Witherspoon, ragazza che nel 1995 decise di affrontare a piedi il percorso del Pacific Crest Trail, un sentiero che attraversa tutto il paese e unisce il Messico con il Canada. Pur echeggiando il percorso volto alla riconquista della natura di Christopher McCandless in Into the Wild, la strada di Cheryl si rivela però più intima, legata al superamento di traumi personali e non alla necessità di esilio da una società percepita come inumana e soffocante. In questo senso, il cammino della Strayed (nomen omen, curiosamente “stray” significa “randagio”) si rivela piuttosto un percorso terapeutico in cui l’atto stesso di camminare catalizza l’elaborazione di complicati processi interiori. Il sentiero diventa così per Cheryl via privilegiata per superare la morte della madre, Laura Dern, nonché per liberarsi da una patina schiacciante di dolore che aveva portato la protagonista ad abusare di droga e sesso. Così, attraverso un’ardita reazione, gesto estremo ma necessario, Cheryl inizia il suo cammino riuscendo a svincolare il ricordo positivo di una figura materna vitale e coraggiosa dal dolore per la sua perdita e a servirsi del ricordo per lenire ferite ed elaborare i traumi vissuti.

La storia personale della protagonista è narrata attraverso l’uso di continui flashback. Ricordi frammentati si ricompongono fino a tracciare i contorni di un ritratto, quello di Cheryl, donna che ha scelto di riconquistare la possibilità di godere la bellezza del proprio corpo e dell’universo che la circonda. E se inizialmente la meta è lontana e dubbia, l’incedere incerto e faticoso, sarà un innato istinto di sopravvivenza a spingere la protagonista a procedere, a mettere un piede dopo l’altro per le 1100 miglia del sentiero, a dare lentamente senso al suo cammino. L’inerzia del movimento fisico trascina la mente in avanti, ne sblocca i meccanismi inceppati, detta un ritmo sempre più serrato e sicuro atto a scandire l’insorgere di ricordi intonando una melodia che si rivela decifrabile e, dunque, elaborabile.

Purtroppo Wild, malgrado la ben calibrata densità di contenuti, scivola a tratti in momenti di strabordante retorica. Il simbolo rimarcato dello zaino, ad esempio, troppo pesante e ingombrante, incarna l’emblematico peso sulle spalle. Anche la guida che traccia l’itinerario, le cui pagine vengono man mano strappate e bruciate da Cheryl, diventa la palese rappresentazione di un percorso sempre più agile e leggero. Elementi che rischiano di appiattire stati d’animo sfumati e complessi attraverso descrizioni forzate e metafore fin troppo calzanti. La sceneggiatura, firmata da Nick Hornby, si rivela così paradossalmente imperfetta nella costante ricerca di immagini e parole che evidenzino troppo esplicitamente il senso complessivo dell’opera, finendo con l’intrappolarlo in una lettura rigida e ingiustamente banale. Nonostante ciò, l’emotività che permea dalle immagini di Wild rimane un suo imprescindibile punto di forza e il film si conferma uno dei più riusciti dell’autore canadese.

Autore: Lulu Cancrini
Pubblicato il 26/03/2015

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