Wild Wild Country

Videodrome Autore: Eugenia Fattori      Pubblicato il: 09/04/2018

Tra le migliori docuseries degli ultimi anni, l’opera dei fratelli Duplass racconta il mito di Osho, tra esotismo,libertà e fanatismo.


Dal punto di vista televisivo il documentario è un genere utilizzato sin dalla nascita del medium, ma non c’è dubbio che le docu-series stiano vivendo adesso un momento particolarmente felice dal punto di vista creativo: Wild Wild Country è infatti solo l’ultimo di una lista di show recenti che raccontano una vicenda realmente accaduta attraverso documenti originali, interviste e ricostruzioni, impostando il tutto in una sequenza di episodi. È la parola serie infatti, associandosi a docu, a dare senso a questo modello narrativo, dando forma ad uno storytelling riconoscibile e in alcuni casi molto incisivo, nonostante la (quasi) totale assenza di materiali di finzione.

Se il documentario è sempre stato un genere in bilico tra la fotografia del reale e la rielaborazione e reinterpretazione dello stesso in funzione di un preciso punto di vista autoriale, una serie come Wild Wild Country può rappresentarne un caso paradigmatico, in cui da una parte è evidente la volontà di portare alla luce una vicenda conosciuta solo superficialmente e ben più appassionante di molti soggetti di fiction, dall’altra emerge evidente l’intenzionalità, la tensione del racconto verso una direzione ben precisa, in cui l’autore sceglie una prospettiva e fornisce una chiave di lettura intenzionalmente parziale ma coerente con l’obiettivo che a questo punto non è più solo di documentazione, ma di vera e propria narrazione.

Wild Wild Country solidifica il rapporto tra Netflix e i fratelli Duplass, i quali con questo documentario – in cui sono produttori esecutivi con un’altra coppia di fratelli, Maclain e Chapman Way, impegnati alla regia – hanno la possibilità di sviluppare un progetto estremamente ambizioso, che racconta nei dettagli la comunità creatasi attorno a Bhagwan Shree Rajneesh (successivamente soprannominato Osho), la sua nascita in India ma soprattutto il suo insediamento negli Stati Uniti d’America e i rapporti conflittuali con gli abitanti del luogo.
Nel fare conoscenza con la comunità, la prima cosa che salta all’occhio è la devozione completa verso il leader carismatico da parte di tutti i seguaci, detti sannyasin, affascinati in modo quasi inspiegabile dalla sua figura (la serie, come si vedrà più avanti, sceglie volutamente di non approfondire le ragioni di questa fascinazione), dal suo magnetismo e dal suo messaggio inclusivo, privo di particolari divieti e abbastanza vago da essere incredibilmente accattivante. Il credo che ha tenuto insieme per anni la comunità originaria comprendeva infatti una condotta di vita votata all’altruismo e alla generosità, senza per questo mettere in conto delle particolari rinunce al piacere individuale, sia dal punto di vista sessuale sia da quello economico.

Per quanto sia stata presentata soprattutto come la serie su Osho, per via del potenziale di vendibilità di una figura conosciuta soprattutto per la viralità dei meme a lui dedicati, Wild Wild Country mette al centro il movimento più del suo leader, centrando il proprio racconto sulle contraddizioni legate allo spostamento dell’Ashram dall’India all’Oregon e facendo emergere soprattutto la figura di Ma Anand Sheela, segretaria personale di Bhagwan e vera e propria regista della comunità. La sua rilevanza nella vicenda (nella prospettiva scelta dal documentario) è pari, se non superiore a quella di Osho: sicuramente quest’ultimo ha rappresentato la conditio sine qua non dell’intera vicenda ma è indiscutibile che Sheela ne sia stata il motore, la guida effettiva, spesso il comandante.
Dai densissimi sei episodi emerge il ritratto di un personaggio straordinario, una donna dal carattere fortissimo e dall’inestinguibile determinazione, orgogliosa, vendicativa, emancipata e battagliera. Sheela è riuscita ad emergere partendo dal basso, inserendosi come la persona di fiducia del leader, per poi diventare la mente del movimento, la sua locomotiva indiscussa sul piano operativo e infine il capro espiatorio, costretta a fuggire insieme a qualche fedelissimo, ma accettando con dignità tutte le punizioni per le proprie (eventuali) responsabilità e sfidando il proprio leader a viso aperto.

Non è semplice definire con precisione cosa voglia essere Wild Wild Country e cosa voglia davvero raccontare. Una chiave interpretativa risiede, come spesso accade, nel titolo: la serie intende parlare di un paese e quel paese sono gli Stati Uniti d’America; l’aggettivo wild (selvaggio), ripetuto due volte, aiuta quindi a definire i contorni della riflessione.
Lo show racconta con dovizia di particolari l’insediamento dei sannyasin nell’Oregon, l’edificazione di un’intera città e la rivalità tra i membri della comunità e gli abitanti del luogo. Attraverso questo studio la serie ragiona sulle peculiarità della profonda e bigotta provincia americana e sulle regole non scritte che governano questi agglomerati sociali. In fondo si tratta di una storia intimamente americana, che rimanda in maniera neanche troppo metaforica alla fondazione degli Stati Uniti: i sannyasin sono una comunità che venendo da molto lontano si insedia in un luogo che considera meno evoluto dal punto di vista della civiltà e ne conquista prima il territorio, poi l’egemonia culturale comportandosi come un gruppo aperto alla reificazione di tutto ciò che lo circonda e che soprattutto non disdegna l’uso della violenza per raggiungere i propri fini.
Wild Wild Country palesa quindi, attraverso la scelta di un punto di vista che approfondisce il conflitto sociale anziché l’elemento pseudo-religioso e il culto della personalità di Osho, la propria volontà di essere anche (se non soprattutto) un racconto sull’accoglienza e sulla tolleranza, su un paese che sa ancora dimostrarsi selvaggio e brutale, capace di mostrare il peggio di se stesso nell’ambito di una rivalità fatta soprattutto di pregiudizi e cieco orgoglio. E in un momento storico così affetto da polarizzazioni semplificanti e votate all’aggressività, una serie che ne racconta le sue violentissime degenerazioni (tutt’altro che distopiche, perché realmente avvenute), con tanto di AK-47 e avvelenamenti di massa, risulta fastidiosamente contemporanea e decisamente necessaria.

Wild Wild Country è uno dei migliori prodotti proposti dalla serialità televisiva nel 2018, un’opera raffinata e perfettamente confezionata, in grado di mettere gli spettatori nella stessa prospettiva della piccola città di Antelope, spiazzata di fronte all’invasione di una comunità la cui ammirazione incondizionata per il proprio leader non viene mai davvero spiegata, facilitando così la comprensione dell’interpretazione degli eventi da parte degli americani, che la rubricarono facilmente come mero e inspiegabile fanatismo. Grazie a una vicenda incredibile, caratterizzata da gesti particolarmente estremi e violenti, da figure dal grande potenziale narrativo e da testimonianze dirette non banali, i fratelli Duplass e i fratelli Way realizzano una docu-serie tra le migliori degli ultimi anni.