Waiting for Giraffes

I Sotterranei Autore: Arianna Pagliara      Pubblicato il: 19/11/2017

Lo zoo di Qalqilya, l’unico della Palestina, non ha più le sue giraffe. Il veterinario Sami Khadr inizia una lotta burocratica paziente e ostinata per avere nuovi esemplari


Italia 2016

Regia: Marco De Stefanis

Durata: 65 minuti

Qalqilya è una cittadina palestinese della Cisgiordania praticamente circondata dalla Barriera di separazione israeliana, costruita agli inizi degli anni Duemila teoricamente a scopo anti-terroristico ma inevitabilmente con pesanti conseguenze per gli abitanti del luogo, che vivono in uno stato di parziale isolamento e la cui libertà di movimento viene fortemente limitata. E’ proprio qui che si trova l’unico zoo municipale della Palestina, dove il veterinario Sami Khadr lavora con passione e perseveranza non solo curando gli animali ma anche gestendo la struttura, che si trova di fatto in un territorio occupato, con tutte le esasperanti problematiche del caso. Dopo che le uniche due giraffe sono morte durante la Seconda Intifada in circostanze poco chiare - tanto che ormai in città ognuno ha la sua personale versione dei fatti – il dottor Khadr sta cercando tenacemente di portare nuovi esemplari nello zoo. Il regista italiano Marco De Stefanis segue giorno per giorno questa sua paziente e ostinata lotta quotidiana con attenta partecipazione.

Quello raccontato in Waiting for Giraffes è un microcosmo emblematico, una piccola storia che inevitabilmente si fa metafora dell’intero conflitto israelo-palestinese. La violenza, che resta sempre fuori campo, ha determinato a priori quello che De Stefanis utilizza come una sorta di input narrativo (la morte delle giraffe, appunto) mentre una burocrazia contorta e opprimente soffoca con prepotenza ogni iniziativa del protagonista, che vorrebbe migliorare e ampliare il suo zoo. Il primo, necessario passo da fare è entrare nell’EAZA, l’Associazione Europea degli Zoo e degli Acquari: la speranza è quella di poter diventare effettivamente parte di una solida rete di collaborazione che possa sostenere in maniera fattiva la struttura di Qalqilya, affinché questa non sia più una realtà periferica abbandonata a se stessa in un territorio conteso, una sorta di “pattumiera” alla quale i vicini zoo israeliani offrono macchinari di seconda mano e animali che non desiderano più. A stigmatizzare questo stato di cose è anzitutto il direttore dello zoo di Gerusalemme Shai Doron, che si mostrerà solidale con il dottor Khadr in nome della professionalità e della passione per gli animali.
Tuttavia l’ampliamento dello zoo non sarà affatto un progetto facilmente realizzabile: l’idea è quella di annettere e utilizzare l’area del vicino stadio, che a sua volta – di conseguenza - dovrebbe essere spostato in periferia. Ma l’area più esterna della città è a tutti gli effetti sotto il controllo di Israele, che potrebbe non permettere questa facile operazione. E così, tra ordinari soprusi e continue sconfortanti difficoltà, la possibilità di far tornare le giraffe sembra diventare per il dottor Khadr sempre più remota e utopica.

De Stefanis ha già alle spalle un primo documentario, Tulip Time, girato nel 2007 assieme a Tonino Boniotti e dedicato al Trio Lescano, gruppo vocale femminile molto noto prima della Seconda Guerra Mondiale. Al suo secondo film, il suo è un approccio minimale e asciutto ma al contempo fortemente empatico, dove la macchina da presa più che osservare il protagonista sembra volerlo affiancare, facendo così una scelta di campo e offrendo allo spettatore la possibilità di condividere il suo punto di vista sulle cose. Soprattutto, è un film che tenta coraggiosamente una strada nuova e poco battuta per restituire le dimensioni effettive di una situazione paradossale e insostenibile, perché sceglie di farlo attraverso una levità inconsueta, che tuttavia non smorza e non stempera mai la crudezza dei fatti. Nonostante la drammaticità di un contesto che anche da fuori campo agisce in modo determinante su tutto ciò che è in campo, Waiting for Giraffes non rinuncia mai a un umorismo dolce e vitale, che del resto forse è davvero necessario per convivere senza impazzire del tutto con la durezza e l’assurdità di certe realtà.