Venezia 2013 / Trap Street

Venezia 2013 Autore: Damiano Garofalo      Pubblicato il: 06/12/2014


Cina 2013

Regia: Vivian Qu

Cast: Wenchao He, Yong Hou, Yulai Lu

Durata: 91 minuti

Nel gergo toponomastico la “strada trabocchetto” è un luogo non raggiungibile attraverso l’indicazione di una mappa, cartacea o digitale. Trap Street (Shuiyin Jie), sorprendente opera prima della regista cinese Vivian Qu, presentata alla Settimana internazionale della critica, ruota attorno a un fitto mistero che si scoprirà celarsi proprio dietro una di queste strade. Il film si apre con il tentativo di mappare una piccola via di Nanchino, Vicolo della Foresta. Di fronte a questa strada Qiuming, un giovane stagista che lavora in una società di mappature digitali, incontra una donna bellissima di cui si innamora a prima vista. Per ricontrarla nei giorni successivi si reca giornalmente sulla strada, che scoprirà impossibile da mappare per qualche oscura ragione. Allo stesso tempo grazie a vari espedienti comincerà a frequentare la donna, scoprendo che lei stessa lavora in un misterioso laboratorio di Vicolo della Foresta, al numero 203. Cosa nasconde il Laboratorio 203? Perché non si riesce a mappare quella via? Ma soprattutto, per quale ragione quella donna sparisce all’improvviso?

Trap Street comincia come un film sull’ingenuità dell’amore, finendo per diventare una seria riflessione teorica sul potere dello sguardo e sull’ossessione del controllo. Quiming nel tempo libero, per arrotondare e restituire al padre i soldi di un prestito passato, vende illegalmente e installa telecamere nascoste in abitazioni private e stanze d’albergo. Da carnefice dello sguardo diventerà presto vittima dello stesso meccanismo voyeuristico che alimenta, sempre più ossessionato dalla percepita presenza di qualcuno che lo osserva. Sulle tracce della donna sparita avverte sempre più la sensazione che ci sia qualcuno che lo segue, o anche solo lo guarda attraverso telecamere nascoste e di servizio. Lo spettatore stesso ha la netta sensazione di non essere l’unico a osservare, ma che ci sia qualcun altro a seguire il percorso del protagonista da angolazioni e inquadrature diverse, da telecamere nascoste che entrano gradualmente a inserirsi in modo impetuoso nella narrazione.

Il cinema di Vivian Qu è un cinema di sottrazione, che nasconde se stesso, disorientando spettatori e personaggi. L’immagine di Quiming che girovaga metaforicamente a vuoto sulla pista della macchine a scontro si aggiunge al suo stesso smarrimento nel non riuscire a orientarsi su delle mappe senza strade, che forse non esistono. L’atmosfera in bilico tra Antonioni e Kafka spinge lo spettatore a fare uno sforzo ulteriore, riconducendo a una mappatura ideale le camere minuscole nascoste nel film. Esattamente come il riflesso finale dello specchio, metafora di un cinema che si nasconde, scomparendoci sotto gli occhi. Trap Street rappresenta una Cina moderna e poco esotica, molto più vicina alla società occidentale di quanto siamo abituati a immaginare. Il film, infatti, è deliberatamente anche una denuncia della burocrazia e del controllo dello Stato sulle persone, che non va però relegata in esclusiva al mondo cinese. Anche nell’occidente democratico, non siamo tutti osservabili e mappabili? Per evitare di leggere il cosiddetto “regime” cinese e le sue limitazioni come qualcosa di altro da noi, è pertanto necessario rigettare uno sguardo coloniale, unica via per rintracciare un cinema che si mimetizza nella quotidianità e tenta di farla franca.