Twin Peaks 3 - The Return / Finale

Videodrome Autore: Matteo Berardini      Pubblicato il: 10/09/2017

Lynch e Frost chiudono il ritorno con una svolta imprevedibile, rivoluzionaria, che ci ricorda con impeto modernista come un'opera d'arte possa metterci a disagio mentre ci conquista definitivamente.


Love
Don’t go away
Come back this way
Come back and stay
Forever and ever
Please stay

The World Spins – Julee Cruise

Made in America. Siamo al 10 giugno del 2007, e l’HBO si appresta a trasmettere l’ultimo episodio de I Soprano, la serie capolavoro di David Chase che ha cambiato per sempre la storia della televisione. È la cosiddetta ultima cena, la riunione di famiglia in un banale diner del New Jersey (ma poteva essere anche un convenience store). Tony aspetta che lo raggiungano a tavola moglie e figli, manca solo Meadow ormai, mentre alla radio si sentono suonare i Journey, Don’t stop believing… Tutto sembra convergere verso una riappacificazione, una catarsi familiare all’interno della cornice ultrapop dell’America qualunque, anelli di cipolla, musica al jukebox, hamburger e patatine fritte. Solo che la scena si interrompe con un taglio netto, schermo nero e secondi di vuoto, silenzio, infine i titoli di coda. L’ultima immagine è lo sguardo di Tony volto verso la figlia che entra, dopo nessun controcampo.

A dieci anni di distanza David Lynch chiude il suo nuovo Twin Peaks con un finale altrettanto scioccante e imprevedibile, che al pari de I Soprano si arroga con presunzione un diritto fondamentale, troppo spesso dimenticato, dell’opera d’arte: deludere le aspettative. Entrambi gli show, che ricorderemo e studieremo come pietre miliari dell’espressione umana, terminano la loro lunga corsa con un arresto scomodo e improvviso che interrompe ogni catarsi per lasciare lo spettatore frustato, confuso. Perché un progetto artistico che abbia l’ambizione di dire qualcosa di vero e profondo riguardo l’esperire dell’esistenza umana non ha certo l’obbligo di essere un posto comodo. Stiamo scomodi di fronte alla fine improvvisa di Tony, intrappolati in una soggettiva che vira al nero e ci soffoca nella sua immediatezza; stiamo scomodi di fronte all’ennesimo smarrimento subito dall’agente Cooper, il cui statuto eroico si sgretola sotto i colpi di forze irrazionali e assolute che prosperano oltre la condizione umana. Oggi possiamo dirlo con certezza: solo Lynch e Chase hanno osato tanto con le possibilità narrative e formali del piccolo schermo, chiudendo le loro epopee all’insegna della sconfitta e della perdita. Le loro sono svolte imprevedibili e dolorose, che si affacciano sui limiti estremi del sentire.

Nell’era della nostalgia universale perdere la strada di casa è un atto rivoluzionario. Rispetto a I Soprano la serie di Lynch arriva nei nostri schermi e nei nostri occhi con un carico e una storia che hanno reso il ritorno un vero e proprio evento. Un’esperienza condivisa, vissuta come rito collettivo tanto dagli spettatori di allora quanto da chi negli anni si è avvicinato in ritardo alle prime due storiche stagioni.
Nel corso degli episodi Lynch ha giocato moltissimo sulla resurrezione dell’immaginario, ma fin da subito è parso evidente come il discorso fosse parte di una generale riflessione sul tempo e sulla nostalgia stessa, sulla pretesa che la mente ha di controllare il passato e riportarlo a sé come panacea per il futuro. Attraverso i volti di Twin Peaks abbiamo esperito lo scorrere del tempo, il perdersi dell’identità, il fluire di una vita incontrollabile, mentre forze cosmiche tramano piani che si pongono oltre la nostra comprensione. Il tutto all’interno di un’operazione chiamata The Return, che tassello dopo tassello costruisce la sua strada personale per ritornare alla purezza innocente del mito.

Ma nell’universo di Lynch, che poi è il nostro, l’innocenza è uno stato dell’essere ormai scomparso, compromesso. Attraverso le porte elettriche dell’energia atomica – e quindi del sapere umano più invasivo nei confronti dell’intimità strutturale della natura – la forza primeva Jowday ha partorito il male sulla Terra, ma quand’anche esso dovesse essere sconfitto nulla possiamo contro l’entità assoluta che l’ha generato. Jowday è il principio stesso del male, un plasma intrinseco all’identità dell’essere e rintanato oggi nel corpo di Sarah Palmer, dal quale fin dall’inizio ha tramato contro le azioni di Cooper e degli abitanti della Loggia Bianca. Ma più che per i suoi risvolti di mitologia interna, per quanto intriganti e ricchi di suggestioni ancestrali tutte ancora da indagare, quel che sconvolge nei due episodi finali di Twin Peaks è la forza rivoluzionaria con cui Lynch annichilisce quella ricostruzione nostalgica che fino a poco prima si era adoperato a mettere lentamente in atto. La terza stagione ci è parsa come un lento convergere verso un luogo metafisico che altro non è che casa; come Cooper stesso sentivamo oramai di essere arrivati, come se l’imponenza emotiva di questa ricostruzione potesse essere tanto forte da cambiare il passato, da strappare Euridice dalla bocca dell’inferno. Ma la camminata nei boschi di Cooper è un mito che si reitera sotto forma di tragedia, singola e universale. La ragazza non può essere salvata, il passato non può essere cambiato, l’uomo è condannato a pagare il prezzo della sua hybris forse in eterno.
Negli anni in cui l’industria culturale occidentale si nutre del proprio passato – o meglio del mito iconico che questo ha lasciato dietro di sé – smentire tutte le nostre aspettative in maniera così radicale ci fa sì sentire defraudati, ingannati, sviliti, ma nell’imprevedibilità di vedere il destino di Cooper ripetersi oggi come 25 anni addietro Lynch ha il coraggio supremo di riportaci con furia modernista dentro la crisi della ragione e i limiti dell’agire. Attorno a noi il passato si mescola con il futuro, Cooper e Diane diventano Richard e Linda perché Dick Laurent è morto e il nastro di Moebius rigira eternamente lungo le sue due facce, in un loop ancestrale che non possiamo comprendere e men che meno controllare.
Così il primo e l’ultimo episodio si fondono tra loro, l’alfa è l’omega e viceversa, in un cortocircuito numerologico che è in realtà dialettico, esistenziale, cosmologico, perfettamente coerente con il mondo intellettuale espresso da Lynch in ogni suo film o episodio. Il senso ultimo di questo dispiegamento di forze riposa forse in quel segreto sussurrato da Laura all’orecchio di Cooper, una realtà sconvolgente che noi spettatori non siamo in grado di sentire ma che già si impone come suggestione fatale attraverso il volto in filigrana dell’episodio 17.

In questa cattedrale del pensiero e della riflessione sulla natura umana Lynch sgretola due delle certezze fondanti la macchina narrativa odierna. Una come detto è la nostalgia, tanto vampirizzata da Hollywood e dintorni quanto decostruita e smentita da Lynch; l’altra è la coerenza progressiva della struttura, un paradigma fondante la tradizione seriale che Twin Peaks svuota dall’interno, vampirizzandone alcuni elementi di superficie per poi lasciarli lì, per quello che realmente sono, forme vuote.
Sarebbe inutile elencare i rami narrativi che questo finale lascia aperti e inspiegati, ma è evidente che in questo mondo, che nulla ha di casuale e in cui tutto nasce in estrema coerenza con il contesto e i suoi teoremi di fondo, il non detto e l’incomprensibile tornano come elementi di senso funzionali al quadro generale voluto da Lynch, che appunto ruota attorno al concetto di limite e al suo illusorio superamento, perché non esiste un reale confine da lasciarsi indietro in un nastro che racchiude in sé il dispiegarsi del mondo.
Non possiamo quindi aspettarci di poter cogliere l’essenza delle cose imponendo all’essere lo scorrere di uno spazio-tempo regolare, meccanicamente finito. La scoperta da parte dell’uomo di un’esistenza subatomica, e la sua capacità di interferire con i legami e le forze che la regolano, ha aperto una nuova era del pensiero e della condizione umana, è una scissione che rivoluziona i nostri schemi ontologici e nel renderci figli dell’atomo (e quindi di BOB) ci cala in una wasteland nella quale fatichiamo a trovare riferimenti certi e assoluti. Volendo siamo di nuovo nello strappo del cielo di carta, nella rivoluzione modernista della letteratura del primo Novecento, rivisitata qui attraverso il totem della nuova immagine del Duemila: l’elettricità. Essa è ciò di cui si nutrono gli esseri delle Logge per creare i loro Tulpa e attraversare porte dimensionali, ma è anche la manifestazione più essenziale di un nuovo mondo, elettrico, frammentato, disconnesso, in cerca di un placebo nostalgico e un pensiero forte, dilaniato ancora dall’eterna lotta tra il Bene e il Male. Tutto questo genera e rilancia l’immagine elettrica di Twin Peaks, il suo tappeto di pixel digitali, nuovo statuto dell’immagine per un’opera d’arte capace di unire avanguardia ed echi classici nel suo ritagliarsi un posto – scomodo, doloroso, necessario – nella nostra storia.