Twin Peaks 3 - 1x09/12

Videodrome Autore: Matteo Berardini      Pubblicato il: 11/08/2017

Dopo l'avanguardia dell'ottavo episodio, l'immaginario mitico di Twin Peaks si concretizza su un navigatore digitale, il luogo poetico collima nella sua controparte digitale.


Twin Peaks - The Return Part 1, The Return Part 2, Part 3, Part 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12… tanto nell’ipnosi quanto nella meditazione guidata la progressione di un conteggio numerico è la strada principale verso una forma alterata di coscienza, il corrimano che intarsia la scala a chiocciola che scava e scende nella nostra mente. Gradino dopo gradino andiamo sempre più a fondo, il mondo esterno evapora mentre attorno a noi resta solo la voce guida e le immagini da essa evocate. 13, 14, 15, 16, 17, 18…

The Return. Il ritorno a casa. L’indicazione apposta in prima pagina da David Lynch e Mark Frost non potrebbe essere più chiara. Nessun conto alla rovescia bensì un movimento progressivo, ogni episodio un passo avanti nel ritorno interiore ad un stato dell’animo dove la metafisica si mescola alla nostalgia, mentre tutto quello che 25 anni fa era ancora di là da venire converge come tante linee prospettiche verso il centro del quadro. Twin Peaks. La Loggia Nera. Laura Palmer.
Lo sconcerto iniziale per una terza stagione disgregata, frammentata, ben lontana dall’essere un facile e innocuo meccanismo di fan service, si è ormai evoluto in una meraviglia dello sguardo e della mente, negli occhi un’esplorazione deflagrante di inediti corpi espressivi mentre la scrittura sembra giocare con gli elementi ontologici del mezzo televisivo, strade che si diramano e rintrecciano, incontri fulminei, digressioni apparenti su quel quotidiano così banale e assieme gravido di mostruose deformazioni che da sempre è l’humus di partenza dello sguardo lynchiano.

Dopo l’avanguardia radicale e totalizzante dell’ottava puntata, Lynch e Frost intavolano un blocco di episodi che sembra accantonare le derive formali più sperimentali a favore di una scrittura dal maggior peso specifico. L’immagine parrebbe farsi meno incandescente, mentre la squadra formata da Gordon, Diane, Albert e Tammy si assume il compito di cucire tra loro i lembi di una costruzione narrativa sparsa per luoghi e personaggi diversi. Buckhorn, Las Vegas, Twin Peaks, da questo triangolo emergono i fili di un quadro generale, lo script torna in primo piano e di riflesso dona senso ad alcuni dei tanti frammenti a cui si è assistito fino a questo momento: il tentativo di entrare nella loggia da parte della squadra di Hastings, l’incontro con il maggior Briggs, il significato nascosto di Blue Rose e dei numeri così desiderati dal Bad Cooper.
Molti tasselli iniziano a collegarsi tra loro, ma credere che questo sia dovuto ad un mero dispiegarsi di canoniche forme narrative sarebbe un errore. Premessa la discutibile utilità della ricerca di un senso ultimo che unisca praticamente i confini di questo lungo film in diciotto parti, esso non si troverà certo nelle mere pieghe della storia, l’effetto di risoluzione a cui stiamo assistendo è illusorio, secondario. Questo perché dentro Twin Peaks/Twin Peaks – spazio poetico e luogo geografico – non ha alcun senso separare la forma dalla sostanza, immagine e scrittura si nutrono l’una dell’altra perché entrambe rispondono ad uno sguardo autoriale sempre coerente e consapevole, in ogni suo dettaglio, attivo tanto nell’architettura generale quanto nel frammento apparentemente più inutile, ribelle, pleonastico. Non a caso dei quattro episodi presi qui in considerazione il più sorprendente è forse l’ultimo, il 12esimo, per come torna a congelare le linee narrative al fine di innalzare a tema cardine il dolore che lega i genitori ai figli, la solitudine che alberga nei legami infranti, il senso di responsabilità che si perde nelle pieghe del tempo mentre sopraggiunge al suo posto il palliativo della nostalgia. In questa mostra itinerante dell’infinita varietà del sentire umano tutto può diventare sostanza e senso, dalla percezione distorta di un incubo all’ansiogena comparsa di un nuovo prodotto al supermercato. Le pieghe della realtà hanno infinite capacità generatrici, l’orrore e la violenza crescono e trasudano dalle superfici umane e materiche che ci circondano.

Twin Peaks 3 si conferma un caleidoscopio di suggestioni e giochi e rappresentazioni in cui tutto può e si fa sostanza, mentre la molecola poetica che costituisce l’essenza dello show si cristallizza tanto da poter diventare immagine digitale concreta, segnale GPS, coordinata spazio-temporale. Torniamo così al senso del titolo e della numerazione progressiva, il ritorno a casa che giunge ormai ad una svolta non negoziabile. Spetta a Diane Evans, l’alleata più intima di Gordon (che gioia la muta parentesi sul fumo), che parla con le parole del braccio («Let’s rock!») aprendo così a scenari particolarmente inquietanti, offrire a noi spettatori l’immagine cardine di questi episodi e una delle più pesanti di tutto lo show: la localizzazione dell’immaginario su un navigatore digitale, il luogo poetico che collima nella sua controparte geografica.
La strada del ritorno è ormai aperta, i sentieri per la Loggia sono sempre più evidenti e portano in un territorio che possiamo veramente definire unico nella storia del cinema e della televisione. Twin Peaks: uno spazio della mente che non ha eguali, un’eterotopia che non ritorna in nessuno dei luoghi che la circondano ma che è sempre comunque legata a ciascuno di essi: la memoria, viva dentro tutti gli elementi in campo, attori, regista, spettatori che siano; il cinema, che prende forma tanto come luogo di ossessioni ritornanti quanto come ponte di un’intimità personale, riservata a Lynch e alla sua famiglia di collaboratori, rapporti appena sotto il livello dell’acqua di cui noi non possiamo che immaginare densità e importanza; lo spazio poetico, ovvero l’insieme di volti e frammenti spaziali che da 25 anni costruiscono un tutto che è ben maggiore della somma delle sue parti. L’insieme converge e si trasforma nel mito dell’immaginario collettivo, calderone che Lynch ha la grazia umanissima di usare con sfacciato personalismo, dandosi tanto allo spettatore quanto ai protagonisti del proprio percorso personale. Proprio ora, nel suo farsi segnale digitale rintracciabile, quantificabile, Twin Peaks ha la forza di ergersi a tempio poetico dove il soggettivo e il collettivo si incontrano, il mito scrive un’altra pagina, ad una manciata di episodi dalla conclusione che ne sancirà la sicura appartenenza alla Storia. Storia di chi ha creato, di chi ha recitato, guardato e amato. Storia dell’orrore che soggiace al reale, atomica piccola perversa creatura intrinseca all’uomo, ma anche quadro collettivo di un’umanità infinita. Un costante, progressivo, atto d’amore.