True Love

I Sotterranei Autore: Alessandro Rovito      Pubblicato il: 12/02/2018

La sincerità fra innamorati diventa un percorso fatto di sofferenza fisica e mentale


Italia, USA 2011

Regia: Enrico Clerico Nasino

Cast: John Brotherton, Ellen Hollman, Gabriel Myers, Jay Harrington

Durata: 99 minuti

La produzione filmica è piena di tentativi di emulazione, più o meno riusciti, di pellicole che si sono contraddistinte per il valore delle novità apportate al panorama cinematografico. Il problema è che, anche quando questi tentativi possono godere di una realizzazione dignitosa, non riescono a far scattare la scintilla che li possa contraddistinguere dal gruppo al quale appartengono, risultando così una pigra e blanda riproposizione del capostipite a cui si rifanno. La sensazione nello spettatore diventa quella di venir depredato di certe emozioni provate con film precedenti, uscendo dalla visione impoverito anziché arricchito. Tutto ciò perché gli emuli dei grandi successi tendono a riprodurre la lettera del loro modello senza riuscire a coglierne lo spirito, o quantomeno senza dimostrare di averlo afferrato e reso proprio.

Considerando il particolare filone degli horror in cui i personaggi vengono torturati per mezzo di trappole ad enigma, però, si può scovare una felice sorpresa proprio tra i film italiani. Enrico Clerico Nasino dirige True Love, una storia che si prefigge di scavare nella psicologia di coppia ancor prima di lasciarsi andare alla componente cruenta delle sevizie ai danni dei suoi protagonisti. Nasino può innanzitutto contare su una sceneggiatura curata e incalzante a opera di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (futuri sceneggiatori e registi di Mine), sulla quale imbastire il processo di discesa negli inferi dei suoi attori. Due neosposi, felicemente innamorati e con una profonda fiducia l’uno nell’altra, vengono rinchiusi misteriosamente in due camere separate, nelle quali si riscoprono succubi di domande sempre più scomode e spiazzanti circa la natura del proprio partner e il tipo di relazione che stanno vivendo.

Il film decide così di prendere subito la propria strada, rendendosi innovativo nei confronti delle pellicole alle quali attinge, Saw – L’enigmista in primis. Al momento del ritrovarsi nelle camere di tortura, i due protagonisti sono già stati presentati in un contesto totalmente differente: quello dell’innamoramento e del matrimonio, che fa già prendere confidenza con i personaggi senza ritrovarseli d’improvviso come carne da macello. Giunge quindi il secondo punto in cui Enrico Clerico Nasino cerca di discostarsi nettamente dal filone in cui si inserisce: il percorso di presa di coscienza delle proprie colpe non viene accompagnato praticamente mai da scene di mutilazione, bensì viene preferita una direzione meno sanguinolenta che punti soprattutto al raggiungimento del dolore puro, sia esso di stampo fisico che psicologico. I due innamorati vengono gettati in una spirale di sacrificio: di volta in volta c’è chi perde la possibilità di camminare o quella di dormire, ma intervengono anche privazioni più semplici seppur decisive, come la facoltà di accedere a un bicchiere d’acqua. Il dolore che Nasino sceglie di infliggere ai propri personaggi non deriva dallo sfoggio di trappole cruente: all’essere umano basta venir posto dinanzi alla verità, che si rivela diversa dal mondo che aveva immaginato, per diventare la vittima di un gioco perverso in cui prima ancora della propria sopravvivenza fisica viene messa a rischio la sopravvivenza mentale. Tutto ciò diventa ancora più denso quando viene posto in discussione un rapporto d’amore: John Brotherton ed Ellen Hollman danno vita a due sposi che, prima ancora di capire quanto possano credere a vicenda alla persona che amano, devono fare i conti con i propri difetti, le proprie colpe, le proprie bugie. Progredisce un percorso in cui di volta in volta i traditi si ricordano di essere traditori e devono essere pronti a rivelarsi reciprocamente la verità capendo quanto effettivamente la vita del partner valga più della propria. Letteralmente.

True Love riesce a coinvolgere lo spettatore grazie al fatto di non concedere mai ad uno dei protagonisti uno status di innocenza: l’altalena dei colpi di scena non permette di parteggiare mai completamente per il marito o per la moglie, conferendo alla rivelazione dei segreti reciproci uno sviluppo non banale che culmina con un inaspettato finale consolatorio, il cui premio giustifica il dolore provato dai protagonisti per tutta la durata della macabra esperienza. Purtroppo la risoluzione troppo criptica smorza in parte la tensione creata magistralmente fino al momento conclusivo; ciononostante non riesce a placare l’entusiasmo per un’opera nostrana che riesce nell’impresa di discostarsi dalla tipologia preponderante della cinematografia italica e di rivelarsi contemporaneamente innovativa nel solco del genere affrontato. Anche se c’è da evidenziare che la scelta di attori italiani avrebbe conferito all’operazione di Clerico Nasino una credibilità ancora maggiore.