These Are the Rules

VENEZIA 2014 Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 30/08/2014

Il croato These Are the Rules, presentato in Orizzonti, è un'opera esile fino all'inconsistenza. Della serie: quando il metodo fagocita il film.


Takva Su Pravila

Croazia, Francia, Serbia, Macedonia 2014

Regia: Ognjen Svilicic

Cast: Jasna Zalica, Emir Hadzihafizbegovic, Hrvoje Vladisavljevic

Durata: 77 minuti

Queste sono le regole. Un titolo netto, austero, autoritario, che non ammette dubbi. Le cose stanno così e basta, non può essere altrimenti e non c’è niente che possa cambiare lo stato delle cose. Questa nettezza di sguardo la ritroviamo nel film, che procede come un treno nella notte dritto verso la sua meta, che è poi una tesi da dimostrare con ogni mezzo. La tesi è chiara: la società è governata da leggi e regole che non è possibile travalicare, ogni cittadino è quindi tenuto a seguirle pedissequamente, anche quando queste appaiono ingiuste o peggio ancora inumane, perché non ammettono l’eccezione né tanto meno le sofferenze degli individui. Il prezzo da pagare è l’isolamento e l’indifferenza. Unica alternativa: la vendetta privata.

I due protagonisti Ivo e Maja, coppia della piccola borghesia croata, si scontrano con una realtà che assume ben presto i tratti dell’assurdo. Quando loro figlio Tomica viene pestato a sangue crollano tutti quei valori nei quali hanno sempre creduto, e con essi le convinzioni che avevano governato le loro esistenze fino a quel momento. Il calvario è servito: su e giù tra ospedali e centrale di polizia, i due coniugi si perdono in un girotondo di pratiche, verbali, prassi, mentre intanto il figlio lentamente si spegne fino a morire. Il regista filma tutto con implacabile freddezza, la macchina da presa è quasi sempre fissa, gli ambienti glaciali nel loro rigore architettonico - si veda il panorama di palazzoni grigi dal sapore stalinista che circondano la casa di famiglia, o gli anonimi corridoi dell’ospedale. Tutto concorre a creare uno stato di sottile angoscia che accompagna la narrazione man mano che la situazione degenera. Eppure questo stato di allerta, questo senso di oppressione e soffocamento che il regista vorrebbe trasmettere non riesce mai ad esprimersi liberamente. Il film stabilisce il primato del messaggio sulle emozioni, con evidenti ripercussioni sulla presa emotiva. Davanti alle vicende narrate in These are the Rules si rimane sempre distanti, in disparte, proprio come i protagonisti, che non riescono a liberarsi da un incomprensibile stato catatonico. I due si aggirano per le strade così come in casa come degli automi. E neanche la morte del figlio provocherà reazioni scomposte. Tutto continuerà quasi come prima, come se nulla fosse accaduto. Unica eccezione una sequenza violenta che porta momentaneamente il padre di famiglia fuori da quel sentiero di regole che ne hanno contraddistinto l’esistenza. Ma si tratta solo di una parentesi: il sangue verrà lavato, le sofferenze si attenueranno, la vita continuerà a scorrere con lo stesso meccanico e monotono ritmo di sempre. Proprio come il film, quasi autistico nel suo rincorrere fino alle estreme conseguenze una morale scontata attraverso un rigore formale che diviene presto aridità emotiva e cinematografica. Qualcuno parlerà forse di minimalismo, per noi si tratta di un’opera esile fino all’inconsistenza che preferisce portarsi a casa un risultato sicuro facendo il minimo indispensabile piuttosto che prendersi dei rischi. E alla fine, paradossalmente, l’ambiente del film si offre come una precisa istantanea del cinema che lo contiene: un’inerte insieme di regole (o immagini) che non prevede tentennamenti o deviazioni. Della serie: quando il metodo fagocita l’opera. Questo è il film e questo è il suo messaggio.