The Terror

Videodrome Autore: Domenico Saracino      Pubblicato il: 14/05/2018

La serie di AMC ci conduce in una terra terribile e magnetica dove natura impenetrabile, mostruosità e aberrazioni umane si incontrano per farci vivere l’esperienza del sublime


Non si può che provare una strana fascinazione, inconscia ma reale, sadica eppure fisiologica, esteticamente determinata, mentre si osservano, a distanza di sicurezza, dal proprio divano, le terrificanti disavventure in cui si cacciarono gli equipaggi delle due navi inglesi di metà Ottocento, partite alla volta dell’Artico per completare l’esplorazione del noto passaggio a nord-ovest, che stanno al centro di The Terror, ultima, ambiziosissima, serie televisiva, tra dramma storico, avventura e horror, di AMC.

C’è una tale sproporzione, una così evidente disparità di grandezze e potenze, tra l’indomabile natura delle terre del ghiaccio e le piccole tracotanze umane, così tanto azzardo e orrore nella presunzione di poter governare l’ingovernabile, che ci si ritrova, senza neanche accorgersene, al cospetto del sublime, come dinanzi ad un quadro di Friedrich, con tutte le conseguenze, in termini di godimento estetico, che questo comporta.
In cosa differisce, difatti, il mare di ghiaccio su cui vagano marinai, soldati e ufficiali dopo che le loro case-vascello si sono arenate nelle acque solidificate, da quello che dà il titolo ad un celebre dipinto del pittore romantico tedesco, in cui un relitto si inabissa tra lastre gelate e aguzze, che paiono placche di pietra, marmo tombale? Non che questo debba sorprenderci, se già in pieno Illuminismo, in epoca pre-romantica, Burke aveva inteso che è sublime "tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore".
Alla base dell’attrazione che induce lo spettatore, puntata dopo puntata, a portare a termine, con progressivo appagamento, la visione di The Terror, c’è proprio il piacere di contemplare, in tutta la sua maestosità – merito anche di un production design impressionante, imponente e dettagliatissimo – la vastità e la potenza selvaggia di un luogo refrattario alla vita e allo sguardo dell’uomo. Un luogo che ci vuole morti, orrorifico e per questo eccitante, misterioso e impenetrabile. Sconfinato fino a perdita d’occhi e di energie, crudele, come il deserto, come l’oceano, come il cielo.

Con il monotono reiterarsi di mille sfumature di bianco e di neve, di stagioni che a quelle latitudini sono, alla prova dei fatti, nient’altro che un unico, grande, infinito inverno, di giorni e mesi tutti uguali che fanno del tempo un unico ammasso indistinto simile all’eternità, il polo nord è terra di mistero inespugnabile che l’uomo cerca, ciononostante o forse proprio per questo, di penetrare. A costo di dissolversi nel nulla.
Non siamo poi così distanti dalla giungla della città perduta di Z, dove un altro autore, questa volta cinematografico, James Gray, lascia scomparire altri esploratori britannici realmente esistiti (Percy Fawcett e il suo figlio maggiore), dal deserto di Jauja di Lisandro Alonso, dall’isola di Lost.

Territori ostili, faticosi, circolari. Sfuggenti e sfiancanti, orientati allo smarrimento, spazi di verifica dei limiti umani in cui riconoscere i confini della ragione, dell’azione, della volontà, per abbandonarsi all’idea della possibilità del sovrannaturale, del sovrasensibile, del disfacimento della corporeità, della dissezione e dissoluzione. Tuunbaq, la creatura assetata di sangue che insegue gli esploratori artici di The Terror per smembrarli senza pietà, ripresa dal romanzo di Dan Simmons su cui la serie si basa, è la nemesi che funesta la cieca ambizione di chi osa deflorare la natura lì dove è più immacolata e integra, più resistente alle irriverenti indagini e invasioni antropiche. È il parto atroce di un organismo molestato, abusato, e al contempo la proiezione delle peggiori paure di menti debilitate dalla fame, dall’ipotermia, dalle malattie, dal sospetto reciproco, dall’avvelenamento da piombo (come certificato dalle ricostruzioni scientifiche degli ultimi decenni).

Le terre impervie del sublime sono mondi sospesi e ideali dove il reale può mescolarsi all’irreale, dove sogni, mostri e allucinazioni possono finalmente baluginare, materializzarsi e compenetrare l’uomo fino a ristabilire un’ambigua compresenza che è materia dall’eccezione potenziale immaginifico. È lì che The Terror intende portarci.