The Private Life of a Modern Woman

venezia 2017 Autore: Samuele Sestieri      Pubblicato il: 04/09/2017

L’ultimo film di James Toback è una riflessione sulle possibilità della narrazione e sull’identità scissa del corpo attoriale di Sienna Miller, emanazione cinetica di luce e oscurità.


USA, 2017

Regia: James Toback

Cast: Sienna Miller, Alec Baldwin, Charles Grodin, Colleen Camp, John Buffalo Mailer

Durata: 71 minuti

All’inizio di The Private Life of a Modern Woman, la macchina da presa indaga Il Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, scivola nel dettaglio, si lascia attrarre dai corpi, esplora lenticolarmente le narrazioni custodite nel Trittico.
Già una dichiarazione di intenti, perché l’ultimo film di James Toback è un dedalo vivente di immagini e di storie, un labirinto di riflessi e assonanze che ritrova nei frammenti di un montaggio alternato la sua natura di squarcio, taglio netto, cut ipercinetico.
Ogni storia presuppone tutte le storie, ne conserva le possibilità e ne assicura la sacra, fondamentale molteplicità. Nell’unità risiede la potenzialità del plurimo, il suo regno sempre al condizionale: le mille facce dell’uno, riflessi, schegge, detour dell’immaginario filmico.
Il corpo attoriale di Sienna Miller è già, di per sé, un dedalo. La vediamo agitarsi nel sonno, tormentata dall’incubo di un omicidio che forse è avvenuto davvero. In un’altra vita, in un altro film, a un’altra donna. Subito, come in uno Sliding Doors tutto mentale, la sua immagine si sdoppia, rivelando che al cinema le donne vivono sempre due volte. Che è il what if la radice stessa di ogni storia. Proprio per questo il film inizia a modellare lo schermo, a frammentarlo, a farsi split come fossimo in piena deriva depalmiana.
Convivono insieme le confessioni tra Vera (Sienna Miller) e il regista stesso, i ricordi infantili di un amico del nonno, i tentativi di sbarazzarsi di un cadavere, la violenza, la rabbia e, soprattutto, l’amore, fondamentale per ogni atto di creazione. La Modern Woman è infatti una crocevia immaginifico, un’entità mutante, scrittura vivente che si scinde, si ritratta, deve continuamente ripensare se stessa per poter continuare a esistere. Non c’è più alcuna differenza tra prima persona e terza persona, l’omicidio di una donna è il sogno del suo doppio, la recita di un’attrice, la scena di una pièce.
Sienna Miller rivela il dispositivo cinema stesso, sempre pronto a reincarnarsi in organismi filmici differenti. Lei è puro corpo attoriale, icona dal sapore hitchcockiano, creatura di tenebra e luce. Il suo pensiero detiene un intero alfabeto di realtà: James Toback realizza un film sulla scrittura, identificando lo scrittore con il medium. Nella testa di chi scrive si alternano voci da un’aldilà che dettano, interpretano, vivono nelle parole stesse dell’autore. Lo scrittore si fa allora soggetto estatico per eccellenza, unico ponte tra vivi e morti: ermeneuta delle vite degli altri, viaggiatore di una realtà di fantasmi in cui riscoprire, ogni volta, le mille facce del sentimento.
Bach, Shostakovich, Brahms musicano questa sofisticata danza di spettri: lo spartito di Toback procede per anomalie, dilatazioni, disturbi dell’immagine. La genesi della visione è il caos stesso, la confusione di doppi, configurata da stacchi netti, interruzioni improvvise. Viene da ripensare a 11 minut di Skolimowski che fa del punto nero dell’immagine, del pixel morto, l’aneurisma stesso della visione. Anche lì, infatti, ogni immagine era un frattale, scomponibile all’infinito in un universo di pixel, fino a una detonazione che emancipava il più liberatorio dei ralenti.
Ma Toback non è interessato al destino del cinema digitale, piuttosto all’identità dell’ectoplasma. Alla donna-cinema, conosciuta e sconosciuta, vista e mai vista. A lei che si chiama Vera, bionda come tutte le reincarnazioni cinematografiche degli angeli.
A un certo punto suo nonno la guarda negli occhi e le domanda ripetutamente chi sia. E proprio lui, affetto da demenza senile, è l’unico a vedere chiaramente, l’unico a capire che non esiste identità se non nella scissione. Che tutte le storie, in fondo, sono sovrapposizioni infinite e parallele, reinvenzioni di una Modern Woman archetipica che abita un intero corollario di immagini: una storia di origine e di demolizione.