The President

VENEZIA 2014 Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 27/08/2014

La prima sorpresa del Festival di Venezia viene dal vecchio maestro Makhmalbaf che con The President compone un apologo politico di bruciante attualità


Georgia, Francia, Gran Bretagna, Germania 2014

Regia: Mohsen Makhmalbaf

Cast: Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili

Durata: 115 minuti

Il lungo viaggio post-esilio di Mohsen Makhmalbaf prosegue sempre più a Est approdando ora in Georgia, set del suo ultimo lavoro The President, apologo politico che racconta della caduta di un regime in seguito ad un colpo di stato e della fuga clandestina di un dittatore insieme con il nipote di cinque anni.
In questo contesto l’uomo, in passato macchiatosi dei peggiori crimini contro il suo popolo, tocca con mano il dolore della gente e lo stato di abbandono della sua terra, martoriata da fame, povertà e traumi indicibili. Attraverso questo punto di vista decentrato e orizzontale, genialmente trasfigurato dal regista in una sorta di gioco meta-cinematografico sulla maschera e la recitazione, l’ex dittatore assiste inerme alla fine del suo potere e alla progressiva distruzione del paese, incapace di superare la fase rivoluzionaria e dunque di organizzarsi in una forma pienamente democratica. A prevalere sembra essere piuttosto l’anarchia: i gruppi rivoluzionari, orfani di una guida, vagano allo sbando rendendosi protagonisti delle peggiori nefandezze tra stupri, razzie e una ricerca di vendetta che non risparmia nessuno, nemmeno le donne e i bambini.
Prendendo spunto dal fallimento delle primavere arabe Makhmalbaf mette in scena, con una purezza di sguardo che non può non ricordare Rossellini, una favola nera risolta nella prospettiva di un bambino che guarda e interroga incessantemente la realtà alla ricerca di risposte che possano portare alla comprensione. Le riflessioni che scaturiscono da questa indagine filosofica che fa dell’immagine il territorio privilegiato dell’elaborazione del pensiero non hanno però niente di semplicistico o consolatorio: il percorso democratico di un popolo, sembra dirci il regista, non può che passare attraverso le tortuose e sofferte vie del perdono, solo così è possibile spezzare il circolo virtuoso della violenza, elemento costitutivo di qualsiasi fondamentalismo o regime.
Cinema didattico? Forse, ma nella sua accezione migliore: Makhmalbaf non regala certezze né offre risposte sbrigative, il suo incedere segue piuttosto la linea del dubbio e dello sconcerto, consapevole di come solo la semplicità di uno sguardo infantile possa salvarci dalla barbarie. Le immagini si svuotano fino a raggiungere una limpidezza cristallina, evocano più che mostrare direttamente. Alla frontalità di tanto cinema europeo si contrappone la forza del fuoricampo, come nel magnifico incipit dove la rivoluzione viene suggerita da un semplice gioco di luci. Il nero che inghiotte improvvisamente l’immagine traduce lo smarrimento di uno sguardo che deve necessariamente perdersi per rigenerarsi e ritrovare quell’etica perduta.