The Girlfriend Experience - Seconda stagione

Videodrome Autore: Emanuele Di Nicola      Pubblicato il: 28/02/2018

Nuova annata dell'innovativo serial nato dal film di Soderbergh: donne che manipolano col sesso, in un controcanto del pensiero dominante.


La seconda stagione di The Girlfriend Experience azzarda una costruzione perfino più coraggiosa della prima: la serie antologica di Amy Seimetz e Lodge Kerrigan, liberamente ispirata all’omonimo film di Steven Soderbergh (che produce), propone infatti una struttura innovativa perfino nella serialità contemporanea. Si tratta di 14 episodi, di circa 30 minuti ciascuno, che compongono due storie differenti e autoconclusive, non intrecciate tra loro: 7 episodi per la storia Erica & Anna, 7 episodi per quella intitolata Bria. Le puntate vanno in onda sul canale americano Starz alternativamente tra loro, e possono essere viste in questo modo oppure come stand-alone, due storie singole composte ognuna da circa 210 minuti. Nel corso della visione, però, gradualmente emerge con chiarezza la concezione degli autori: il “montaggio alternato” degli episodi possiede un senso preciso e studiato, che porta le puntate a dialogare costantemente tra loro. Seppure le due storie siano diverse e parallele, personaggi e situazioni si parlano sempre, arrivando a definire un disegno coerente che si forma proprio dallo scorrere parallelo dei binari narrativi, dal confronto tra loro anche se non si incontrano mai.

La prima stagione del 2016, una rivelazione, offriva una struttura molto più semplice: racconto unico in 13 episodi con Riley Keough che interpreta Christine Reade, incarnando la sua trasformazione da studentessa di legge in escort. Da praticante legale a prostituta, nello sforzo sempre più vano di tenere separati i due mondi: al punto di rottura le due sfere si intrecciano, un video porno viene diffuso nello studio legale e la giovane si incarta nell’assodata impossibilità di tenere scisse le due identità, nella confluenza dell’una nell’altra, non è più un avvocato ma è solo una escort. Seppure distante sul piano formale, con la scelta della storia doppia, il tema della seconda stagione è esattamente lo stesso: il sesso. O meglio, il potere del sesso: le sue conseguenze sulle relazioni umane, in particolare sui rapporti di forza sentimentali, economici e politici.

È intorno a questo nucleo che costruiscono il loro show i due autori, un uomo e una donna, unendo le rispettive sensibilità: Amy Seimetz è attrice del cinema indipendente americano (tra gli altri ha recitato per Joe Swanberg, Adam Wingard, David Robert Mitchell), ma soprattutto protagonista di Upstream Color (2003) di Shane Carruth, poi passata alla regia con la serie The Killing di cui ha diretto 14 episodi. Lodge Kerrigan è regista e sceneggiatore esploso a fine secolo, con film quali Clean, Shaven e Claire Dolan, ma soprattutto Keane del 2004, la prova della maturità stilistica, storia paranoica di un uomo che smarrisce la figlia alla fermata dell’autobus. La perdita delle certezze, il tentativo di dirigere la vita che va in pezzi, il graduale scivolamento in un clima persecutorio non è lontano dalle atmosfere della serie. Se nella prima stagione i due firmano insieme tutti gli episodi, alternandosi alla regia, nella seconda Kerrigan scrive e dirige Erica & Anna mentre Seimetz si occupa integralmente di Bria.

Erica & Anna mette al centro Erica Myles (Anna Friel), responsabile di un comitato di raccolta fondi repubblicano, e il suo rapporto con la escort Anna Garner (Louisa Krause), che viene assoldata per registrare gli incontri con Mark Novak, potente politico da ricattare. In breve – però – il thriller di ispirazione settantesca diviene questione intima, perché tra Erica e Anna si insinua un’attrazione omosessuale.
In Bria il racconto è imperniato sull’omonimo personaggio (la nera Carmen Ejogo): ex donna di un boss spietato, oggi testimone di giustizia, essa entra sotto falso nome nel programma di protezione in attesa di deporre. Dalla premessa che sembra frutto di Don Winslow, presto è ancora il ruolo del sesso ad andare in primo piano: consegnata all’agente che l’ha in custodia, Bria sa che la sua ora è segnata, non sfuggirà alla vendetta mafiosa. Per districarsi dalla situazione non le resta allora che usare l’unica arma a sua disposizione, ciò che conosce meglio: il suo potere di escort.

La prima particolarità epidermica di The Girlfriend Experience è autoevidente nella serie stessa: le protagoniste esercitano il sesso in piena coscienza, nessuno le costringe, lo usano volutamente per ingannare e manipolare, vogliono ottenere soldi, segreti e potere. È una scelta consapevole: alla domanda che viene rivolta ad Anna, perché fare la escort, essa risponde semplicemente: «Perché il sesso mi piace». E se il sesso è oggi un tema della serialità televisiva, dalle sue declinazioni esplicite a quelle più popolari (a partire dalla serie pionieristica che lo conteneva nel titolo: Sex and the City), qui si realizza uno scarto: non si era ancora visto un concept alla base tanto scomodo, non allineato, lontano da facili soluzioni o perbenismi obbligatori. Un negativo del pensiero dominante, l’altro lato della medaglia che – per caso – arriva proprio nell’epoca delle molestie a Hollywood, nel chiacchiericcio contemporaneo a proposito del sesso.

C’è poi un angolo più nascosto in The Girlfriend Experience, un lato oscuro che riguarda le conseguenze della manipolazione. Le escort si incartano, mentre costruiscono la loro rete di menzogne perdono il controllo della situazione, non governano più la propria condizione, dall’ordine scivolano nel caos: è così che vengono messe in scacco dal contesto o si ritrovano totalmente paralizzate. Ma attenzione: nell’avvitamento che provoca l’esercizio dell’essere escort la serie non riserva alcun giudizio morale, al contrario, il solo obiettivo è inscenarlo attraverso la messa in narrativa. È così che, per cinematografare tale scenario, Seimetz e Kerrigan costruiscono un ambiente algido, geometricamente asettico: i muri grigi degli uffici nei grattacieli, come i nascondigli dei testimoni e le fredde aule di tribunale, tutto è gelido e il ruolo del sesso non contribuisce affatto a scaldarlo, anzi lo rende più ghiacciato. Il sesso è il contrario del sentimento, come viene chiaramente scritto nel quadro visivo.

Nella metastasi della bugia che ingabbia i personaggi, la seconda stagione offre un ulteriore passo avanti: non più solo le escort, ma qui anche i clienti ingannano. È sintomatica la figura di Paul interpretato da Harmony Korine. Il regista di Spring Breakers, in una prova peraltro magistrale, incarna il cliente prediletto di Bria che fa intuire alla donna un’unicità, si avvicina alla figlia adottiva, lascia intravedere una possibile frequentazione virtuosa e soprattutto l’ipotesi di un domani comune: ma Paul – in realtà – è un frequentatore seriale di escort, consumatore compulsivo, con l’unica differenza che simula con le ragazze una scena coniugale. Fingere che le prostitute siano fidanzate è il suo spiazzante slittamento, non a caso incarnato da un cineasta di rottura, esperto nello spaccare la superficie del banale; e qui sta l’espansione della menzogna, non più solo nelle donne pagate ma anche negli uomini paganti, che configura un mondo in cui tutti mentono, nessuno è affidabile, la ragnatela è così stratificata che una possibile verità non è neanche più visibile. Dietro una bugia (Bria) c’è sempre un’altra bugia (Paul): vertigine potenzialmente infinita.

Nel dipanarsi della stagione, a ben vedere, la doppia storia offre due percorsi che trovano un diverso epilogo: da una parte la escort Anna compie un tradimento definitivo nei confronti di Erica, ma non ne trae vantaggio, anzi si ritrova in una condizione di paralisi. Nella sua ultima inquadratura la vediamo congelata nell’incontro con l’ennesimo cliente. Dall’altra parte, Brie riesce a spezzare la situazione ma lo fa a spese dell’ultimo pagante, l’ultimo manipolato, costretto a sparare nel deserto e vittima designata di una sparatoria che libera la donna. Un uomo fragile e quindi sacrificabile che è la figura più struggente dell’intera stagione. Qui Bria ottiene il risultato, certo, ma al costo di mandare un agnello al macello, dimostrandosi non meno spietata dei criminali che la inseguono. Allo stesso modo, dunque, le protagoniste restano incastrate nella spirale ed è questa la loro condanna: tornando ad Anna, nel finale ancora più significativo, lasciamo la donna che porge i piedi nudi al suo cliente, catatonica, in un gesto feticista che si ripete, un atto sessuale meccanico da cui non si esce. Condannata all’automatismo, come il Casanova felliniano, al loop della ginnastica erotica. E così l’escort, l’essere senza sentimenti, si cristallizza nel vuoto che ha accuratamente preparato.