The Get Down

Videodrome Autore: Irene De Togni      Pubblicato il: 27/04/2017

Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis danno vita ad un racconto mitologico del genere hip-hop facendo magistralmente leva sulle assonanze fra il linguaggio televisivo e quello musicale.


Con The Get Down, diviso in undici capitoli e distribuito in due parti – e con il progetto “fratello”, Hip-hop evolution, una serie documentaristica di quattro episodi su nascita, consolidamento ed evoluzione del genere – Netflix, Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis si propongono di dar vita ad una vera e propria narrazione sui padri fondatori, le origini storico-mitologiche e lo sviluppo dell’immaginario hip-hop. La serie si presenta, genuinamente, come un racconto mitopoietico dove l’MC, come i bardi di un tempo, racconta in apertura al suo pubblico la storia delle loro origini.

Scrittura e regia costruiscono un universo narrativo in sintonia tale con la materia trattata da far sembrare il medium televisivo la voce più adatta a raccontare la genesi di un genere musicale. Lo spettatore, specie se ben disposto al binge watching, noterà come in The Get Down gli aspetti comuni ai due discorsi vengano accentuati e le specificità messe reciprocamente al servizio dell’armonia d’insieme. Se, infatti, il televisivo arricchisce visivamente il musicale con il contesto da cui quest’ultimo emerge, proponendo sullo schermo, oltre alle performance, anche tutto l’immaginario che il genere porta con sé – breakdance, graffiti, estetica cump… – il musicale, a sua volta, permette al televisivo di lavorare più coscientemente sugli aspetti legati al ritmo, sull’armonizzazione fra le parti corali o solo del racconto, sul tango fra la resistenza del vecchio ordine delle cose e l’insediarsi di una nuova sensibilità.

Vista la reciprocità che lega l’oggetto del racconto al mezzo non sembra azzardato cercare negli stilemi del genere hip-hop una prospettiva critica sulla serie. Il titolo stesso offre un valido punto d’accesso: «the get down» si riferisce, infatti, al segmento strumentale della traccia registrata che poteva venir rimaneggiato dal DJ, e la cui riproduzione ripetuta costituiva la base per il rapping dell’MC.
Questa possibilità nasce dal progresso tecnologico che ha permesso la registrazione e la riproduzione del suono e, nel concreto (e la serie lo mostra bene), dall’oggetto-disco: il diverso approccio che l’hip-hop mostra nei confronti del vinile (da supporto dell’opera finita a strumento da, letteralmente, “suonare”) fa eco ad una nuova sensibilità musicale attenta al mutare delle proprie possibilità, e capace di appropriarsi coscientemente dell’innovazione tecnologica trasformandola in una nuova tecnica.

Il nuovo genere nasce quindi da un “prestito” da quelli già formati, e il racconto di Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis si sofferma volentieri sulle diverse implicazioni di tale aspetto. Una delle critiche che più spesso vengono rivolte a "Shaolin Fantastic” e compagni riguarda proprio i concetti di autorialità e di creazione artistica che stanno andando riconfigurandosi. Potrebbe essere interessante, da questo punto di vista, un parallelo fra il processo compositivo del pezzo disco per Mylene ad opera di Jackie Moreno, ancora legato ai presupposti dell’ispirazione e della creazione ex nihilo, e quello dei The Get Down Brothers, frutto di un ragionamento più apertamente combinatorio e rielaborativo, e di una maggiore attenzione alla fase della performance.
Il motivo di apprezzamento dell’artista slitta allora dal piano della fabbricazione degli elementi di un’opera organica e immutabile verso quello della scelta e dell’armonizzazione di una pluralità di fonti intercambiabili. Ed è così che il gesto del riutilizzo consapevole di una sonorità prodotta da altri rimanda, più che ad una semplice riproduzione, ad una vera e propria introduzione di un elemento in un contesto altro, una deviazione, e riflette in questo modo anche la funzione di strumento di contestazione politica tipica dell’hip-hop (cfr. Jean-Yves Bosseur, Le Collage, d’un art à l’autre, Paris, Minerve, 2010, p. 236).

La regia dello show assorbe, almeno in parte, questo tipo di sensibilità, che gli permette di portare il linguaggio televisivo ad un grado di innovazione, in questo senso, elevato. The Get Down infatti prende in prestito dalla tradizione e rimescola armonicamente una quantità di elementi, generi e tecniche difficilmente rintracciabile in altri prodotti dello stesso tipo: al genere documentaristico si accompagnano il musical, il drammatico, il romantico; il filmato si affianca al video musicale, al disegno animato, al footage originale; a livello sonoro si orchestrano rapping, disco, canto religioso e, in misura minore, punk. Lo spettatore si rende perfettamente conto di come non si tratti di semplici citazioni che rimanderebbero ad una logica della riproduzione riconoscente di un lavoro altrui ma, piuttosto, come nel caso dell’hip-hop di cui racconta la genesi, di veri e propri inserimenti di elementi già formati in un prodotto che nasce dalla loro combinazione originale.