Taboo

Videodrome Autore: Attilio Palmieri      Pubblicato il: 19/04/2017

Dopo Locke e Peaky Blinders torna la coppia Tom Hardy-Steven Knight


La Londra di inizio Ottocento non era un luogo così tanto semplice da abitare, indipendentemente dalla classe sociale o dall’etnia di appartenenza. Da povero, bisognava condurre una vita fatta di sacrifici e spesso di morte prematura; da non WASP il destino era una vita di servitù costellata da ripetute umiliazioni; da donna le alternative erano subire il sessismo dominante facendo buono o cattivo viso, consapevoli che non ci sarebbe stata alcuna differenza; da ricco la sorte conduceva verso una trafila di lotte di potere continue, che potevano culminare in impegni politici rischiosi sotto ogni punto di vista.

A partire da questo contesto nasce Taboo, serie dominata dalla personalità di Tom Hardy, il quale figura come creatore, co-autore, produttore e attore protagonista. Su un tessuto storico-sociale del genere Hardy decide di realizzare una storia apparentemente lontana ma allo stesso tempo molto personale, tanto da idearla insieme al padre Chips. A sviluppare il progetto dal punto di vista narrativo viene chiamato Steven Knight, talentuoso autore cinematografico e televisivo che più di una volta ha lavorato con Tom Hardy. Al centro del racconto c’è James, figlio di un ricco uomo d’Inghilterra che dopo aver passato anni in Africa torna a casa in occasione della morte del padre. James però è un uomo cambiato, segnato nel profondo dalla permanenza in Africa e intenzionato a riprendersi tutto ciò che gli appartiene, forte di una rinnovata sicurezza dopo aver visto l’orrore durante la sua lontananza da casa. In realtà il padre non ha lasciato nulla se non una piccola isola nella costa Ovest del Nord America, terreno che però è al centro della disputa tra Stati Uniti e Inghilterra. La Compagnia delle Indie ha già un accordo con Zilpha, sorellastra di James pronta a vendere la proprietà.

A partire da questi presupposti, Taboo promette di essere un prodotto televisivo eccezionale, non a caso una della serie televisive più attese del 2017. A ciò vi si aggiunge anche la presenza di un cast notevole, dove oltre a Tom Hardy figurano interpreti del calibro di Jonathan Pryce, Stephen Graham, Oona Chaplin, Franka Potente, Tom Hollander, Mark Gatiss e Michael Kelly. La ciliegina sulla torta è data dalla squadra di produttori in campo, che da sola costituisce un sigillo di garanzia di grande affidabilità: si tratta infatti di una co-produzione transnazionale che vede impegnati BBC e FX, due delle reti di maggior prestigio dei rispettivi mercati televisivi. Un discorso del genere può condurre solo in due direzioni: o la serie conferma le sue altissime aspettative; oppure, al contrario, non lo fa. È sotto questa lente che va inquadrata una serie come Taboo e il suo (relativo) fallimento. Non si tratta infatti di un prodotto girato in modo grossolano, né tanto meno scritto o interpretato male, tutt’altro. È però una serie che non mantiene minimamente le sue promesse, perché al rischio preferisce giocare di rimessa, forse anche perché i tanti interessi in gioco hanno spinto gli autori verso direzioni meno pericolose. Taboo sembra il Real Madrid di una decina di anni fa, quando i Galacticos badavano soprattutto a mettere in campo giocatori prestigiosi, sommando Palloni d’Oro e acquisti da record, senza però un’amalgama e soprattutto senza un progetto. Una serie che, forse proprio perché così strabiliante sulla carta finisce per essere molto meno audace di quanto potrebbe, facendo tutto bene, ma niente benissimo; un ottimo compitino sulla scia della quality TV tradizionale, che dal punto di vista narrativo come da quello estetico non ha nulla di nuovo da dire rispetto a show che popolavano la cable TV statunitense già dieci anni fa, fatta eccezione per un coefficiente di inglesità che pare più strumentale che sostanziale.

Fa realmente impressione leggere il nome di Steven Knight alla sceneggiatura di un prodotto che è molto lontano dalle opere dell’autore inglese. Si pensi ad esempio alla stratificazione di livelli di lettura di La promessa dell’assassino (diretto da David Cronenberg) o all’impeccabile meccanismo a orologeria di Allied (diretto da Robert Zemeckis) o al lavoro sul tempo che fatto in Locke, da lui anche diretto. Ma forse il parallelo più significativo è quello con Peaky Blinders, dove senza lo stesso budget di Taboo Knight è riuscito comunque a realizzare un grande romanzo audiovisivo su una famiglia di gangster nell’Inghilterra di inizio Novecento, con delle musiche perfette e un intreccio con pochissime sbavature e tanta carne al fuoco. Il confronto con quest’ultima serie per Taboo è spietato e rivela una serie estremamente più convenzionale, dominata da un Tom Hardy (già presente in un ruolo minore in Peaky Blinders) il cui personaggio si autofagocita senza la minima voglia di appassionare lo spettatore, se non con soluzioni che non fanno onore alla raffinatezza dimostrata dall’autore in precedente. Lo stile di regia non conosce alcun guizzo e se nelle sequenze in esterni è costantemente piegato alla centralità di James (appesantita anche da un notevole numero di ralenti), in quelle in interni privilegia i totali o i semi-totali per esaltare la classica ricostruzione di stampo teatrale presente di default in tanti film e serie in costume. Tuttavia, quando cerca di osare la serie fa anche peggio, perché attraverso l’escamotage del periodo africano del protagonista si lancia in un misticismo fatto di misteriosi rituali e continui rimandi al soprannaturale la cui messa in scena fatta di allucinazioni ed esagerazioni di ogni genere rasenta il kitch, stonando decisamente con l’estetica del resto della serie.

A giudicare dal ruolo del personaggio di Tom Hardy all’interno del racconto, dal fatto che insieme al padre è il creatore della serie e figura anche come produttore, viene da pensare che l’attore inglese si sia fatto prendere la mano e abbia imposto dei vincoli sia dal punto di vista narrativo che da quello della messa in scena della propria persona che a conti fatti si sono rivelati tutt’altro che vincenti. La sua recitazione, che sarebbe dovuta essere tra i punti di forza principali della serie, risulta forse il simbolo dei limiti di Taboo, presa in giro dalle principali riviste americane di settore per la quantità di grugniti, specie se contrapposta all’assenza sia di parole recitate sia di sfumature interpretative. Quello di Hardy è un personaggio sempre uguale a se stesso, che pur apparendo una sorta di martire dopo pochissimo si dimostra imbattibile e quasi immortale, privo di ogni forma di ironia e dominato da una seriosità totalmente ingiustificata, che più di una volta finisce per suscitare il riso involontario. Pur volendo mettere da parte i grugniti e le innumerevoli e quasi imbarazzanti smorfie dell’attore, è difficile negare che il suo personaggio appartenga a un modello di “eroe” maschile che oggi in televisione non ha più nulla da dire. James è infatti l’ennesima versione dell’antieroe televisivo che da Tony Soprano a Walter White ha dominato la quality TV negli anni Duemila ma che attualmente per esistere ancora ha bisogno di essere ancora più esagerato, finendo per risultare caricaturale e di sicuro tutt’altro che originale. In tempi di Peak TV la serialità televisiva ha dimostrato di saper trovare alternative originali e più interessanti a questo modello di mascolinità, come il protagonista di Outlander o quello di Atlanta.

Rinnovato per una seconda stagione, Taboo rappresenta per ora forse la principale delusione di questa ricca annata televisiva, soprattutto rispetto alle aspettative che sulla carta la serie aveva generato. C’è sicuramente tempo per aggiustare il tiro e puntare più in alto, tentando finalmente di raccontare qualcosa di originale sfruttando le enormi potenzialità che indiscutibilmente la serie ha.