Suburbicon

venezia 2017 Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 03/09/2017

Il nuovo film di George Clooney è un deludente ibrido, metà film genere di seconda mano, metà film politico-didascalico


USA, 2017

Regia: George Clooney

Cast: Matt Damon, Julienne Moore, Noah Jupe, Oscar Isaac

Durata: 104 minuti

Sin dall’annuncio della lavorazione di Suburbicon di George Clooney, ci aveva incuriosito l’ispirazione da una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, risalente agli anni Ottanta e poi accantonata. Veniva da chiedersi fino a che punto Clooney sarebbe stato influenzato dai fratelli del Minnesota, dalla loro visione cinica, disillusa e grottesca dell’esistenza. O quanto invece Clooney sarebbe stato in grado di appropriarsi di un certo bizzarro immaginario, piegandolo al suo consueto racconto sull’America. Quasi uno scontro tra due visioni di cinema che, seppur non così lontane (soprattutto nel segno del corpo attoriale di Clooney, tante volte utilizzato dai Coen) conservano comunque delle nette differenze, in particolare nel ruolo che si attribuisce al cinema, che per Clooney resta in primo luogo espressione di un impegno per così dire civile.

Il risultato, come spesso accade in questi casi, è un deludente ibrido che delle due idee di cinema di cui si compone, sembra aver preso solo il peggio. Il contributo dei Coen resta legato all’intreccio, al meccanismo di genere che tanto ricorda Fargo ed altri innumerevoli noir della storia del cinema (binomio uxoricidio + assicurazione sulla vita). Una trama stanca e prevedibile che sembra la versione basica del cinema dei due fratelli, una sorta di matrice/scheletro. Per quanto riguarda Clooney invece è evidente come gli stia a cuore soprattutto il risvolto politico della vicenda, da un lato il tema della discriminazione razziale, dall’altro il racconto dell’ipocrisia della famiglia borghese americana, che dietro facciate colorate e sorrisi di cortesia diviene teatro di un macabro girotondo di inganni e omicidi, in un’escalation che non risparmia quasi nessuno.

Con evidenti riferimenti all’attualità, ovviamente. Sin dalle prime battute è chiaro l’intento di Clooney: attaccare frontalmente l’amministrazione Trump e le sue politiche discriminatorie e divisive, attraverso un racconto esemplare collocato altrove (alla fine degli anni Cinquanta) che riveli punti di congiunzione con il presente. Come in Downsizing di Payne (in cui ritorna Matt Damon) anche qui si recupera l’idea di un microcosmo addomesticato e metaforico, quasi una casa di bambole, in cui ricreare come in laboratorio il modello di una società ideale (qui addirittura presentata da un edificante spot pubblicitario) nella quale introdurre le storture del contemporaneo. I muri, gli immigrati clandestini e i cambiamenti climatici in Payne, le violenze razziali in Clooney. Una specie di esperimento, dove al posto dei topi si sostituiscono personaggi-pupazzi da manovrare a proprio piacimento, con il solo scopo di verificare la propria tesi. Senza alcun interesse per la comprensione dei fenomeni, per una riflessione che superi l’emblema abbracciando anche gli aspetti più problematici. No. Nel sistema “perfetto” messo in piedi dai Coen insieme con Clooney ed il suo vecchio sodale Grant Heslov, quello che conta è soltanto il “risultato”.

Verrebbe allora da chiedersi a cosa serva un cinema del genere, a chi si rivolga davvero. L’impressione è che nella sua formulazione ibrida, metà film di genere di seconda mano, metà film politico-didascalico, alla fine si rischi di raggiungere tutti ma di non parlare davvero a nessuno. Non basta certo la scenetta edificante di un bambino nero e uno bianco che giocano insieme a superare conflitti e a mettere in crisi vecchi e nuovi fascismi sempre più diffusi al di qua e al di là dell’oceano. Così come non c’è davvero niente di destabilizzante nel consueto ridicolo gioco al massacro dei Coen. Quello che sembrano essersi dimenticati sia Payne che Clooney, cineasti liberal 2.0, è l’umano (con tutto il suo carico di contraddizioni, sentimenti, punti di vista, fragilità), elemento imprescindibile nella formulazione di uno sguardo che voglia davvero dirsi etico e dunque politico. L’invito per entrambi i registi è di ripassarsi bene la lezione di Robert Redford, sacrosanto Leone d’oro alla carriera di quest’anno.