Strangers Things 2

Videodrome Autore: Eugenia Fattori      Pubblicato il: 30/10/2017

Bigger, Louder & Broader: il secondo capitolo della serie dei Duffer Brothers è l'equivalente televisivo di un riuscitissimo blockbuster sequel.


La prima stagione di Stranger Things fu un fenomeno quasi immediato e globale, straordinario soprattutto perché frutto in gran parte del passaparola tra gli spettatori in modo assolutamente coerente con lo spirito retro della serie: come fosse apparso dal nulla, senza grandi operazioni di marketing, lo show crebbe grazie alla graduale scoperta da parte di un pubblico sempre più ampio, i suoi due autori (i gemelli Duffer Brothers) da semi sconosciuti divennero la next big thing della serialità televisiva e improvvisamente tutto il mondo non parlò d’altro per almeno un paio di mesi.
La chiave di volta del successo fu l’abilità della serie nel creare un prodotto dall’impatto emotivo potentissimo, rivitalizzando e omaggiando i canoni del bildungsroman di ambientazione horror/fantascientifica (stabiliti in primis da Steven Spielberg nel cinema e Stephen King nella letteratura) e immergendoli in un immaginario di riferimento di tale coerenza da prendere a tratti persino il sopravvento sulla storia stessa, che andava ben oltre la madeleine estetica per dar vita a un’operazione raffinatissima e senza precedenti.

Prendendo il cinema statunitense degli anni Ottanta (non gli anni ’80 reali quindi, ma il loro immaginario cristallizzato in VHS) come canone estetico e narrativo, Stranger Things puntava chiaramente alla reinvenzione di un genere – il racconto di formazione adolescenziale di matrice orrorifica – attraverso l’utilizzo di tutti i suoi tòpoi con una coerenza tale da suscitare un immediato senso di familiarità e calore; le influenze estetiche e narrative diedero allo show il potere di parlare al nostro bambino interiore con un linguaggio noto, derivativo nelle influenze e citazionista, ma proprio per questo in grado di aprire la strada a un prodotto finale contemporaneo e completamente originale.
Senza l’ambizione (per una volta) di rivoluzionare la storia del cinema o della televisione, i Duffer sono stati in grado di confezionare uno show praticamente perfetto, che si rivolge a un target ampissimo ma al tempo stesso confezionato con una maestria incredibile nel bilanciare appetibilità commerciale, spontaneità e qualità del prodotto finale.

Date la premesse, la sfida più grande della seconda stagione non era tanto il mantenimento della coerenza narrativa o la crescita costante dei personaggi – dato che il plot della prima stagione aveva abilmente chiuso la vicenda legata al Demogorgon e al tempo stesso mantenuto aperti gli archi di sviluppo possibili – ma conservare intatti la genuinità percepita e l’impatto emotivo del primo capitolo. L’idea vincente dei Duffer Brothers è ancora frutto della loro capacità di metabolizzare le influenze, in questo caso quella di James Cameron e della saga di Alien: Stranger Things 2, come Aliens o Terminator 2, è bigger, louder and broader, un secondo capitolo blockbuster che segue la sleeper hit con l’ambizione di ampliarne il mondo di riferimento grazie ad un budget più ampio, e la possibilità di continuare a raccontare la storia con più storie, più mostri e più rumore.
Hawkins, Indiana diventa quindi Castle Rock e le atmosfere spielbergiane del primo capitolo lasciano spazio a una più chiara ispirazione orrorifica sicuramente debitrice di Stephen King, con una spruzzata di Carpenter, Hooper e Craven: la rossa MadMax che si aggiunge al quartetto di ragazzini, la sensazione di oppressione e condanna che aleggia sui protagonisti e sulla città stessa (andando a comporre un omaggio a IT che in poche scene ci dimostra cosa poteva essere il film di Muschietti, e non è stato), la possessione di Will da parte di una mente collettiva che ricorda i Tommyknockers e l’intero plot legato al portale e al laboratorio, esteticamente più che affine al setting de La cosa.

Nella cosmogonia dell’Upside Down e nel comparto mostrologico, le influenze si fanno più raffinate e chiaramente lovecraftiane da una parte: i tunnel ricordano quelli delle Catskill de La paura è in agguato e lo Shadow Monster assume i contorni di una divinità che ha molto a che spartire con i Grandi Antichi; dall’altra si mostrano più ironiche e apertamente citazioniste, con riferimenti che vanno da Tremors a Gremlins (con Dustin che alleva il piccolo mostro Dart e si ritrova il gatto divorato), Halloween con Max travestita da Mike Myers e i ragazzi da Ghostbusters, fino ai Demo-Dogs visti attraverso le telecamere a circuito chiuso come i velociraptor di Jurassic Park.

Per molti versi, Stranger Things 2 è più di un sequel, è l’espansione di un universo, il primo passo per la creazione di una vera e propria saga coerentissima con la vocazione dello show di grande contenitore di storie: i Duffer ampliano l’arco dei singoli personaggi, moltiplicano le sottotrame (in alcuni casi senza raggiungere pienamente l’obiettivo, come nel caso del fratello di Max, Bill, un villain per ora soltanto abbozzato) e poggiano le basi per un racconto più corale e ambizioso che possa inglobare i ragazzini protagonisti senza mai metterli da parte o stravolgere la natura della serie e le sue dinamiche interne.
Da questo punto di vista, il lavoro più importante dei Duffer Brothers viene compiuto sugli adolescenti, per i quali gli autori dimostrano un’attenzione particolare, segno della consapevolezza del loro ruolo di trait d’union e snodo narrativo importante tra i preadolescenti, destinati ad essere tali per almeno un’altra stagione, e il mondo degli adulti; il triangolo tra Nancy, Jonathan e Steve beneficia di un’iniezione di commedia romantica che pesca a piene mani dalla screwball comedy e dai film di John Hughes, e si conclude con un happy ending tra Nancy e Jonathan che però non esclude Steve dall’equazione, ma anzi riesce a dare al personaggio un ruolo inedito e uno sviluppo caratteriale assolutamente originale.
I bambini restano comunque il cuore e la grande certezza della serie, con la felice introduzione di Maxine come interesse amoroso di Dustine e Lucas, più la conferma di Will come ottimo interprete anche quando non è in absentia. Eleven riceve comprensibilmente un trattamento speciale, grazie a un settimo episodio praticamente standalone che ne definisce ancora meglio le potenzialità come personaggio insider/outsider, e che si configura narrativamente come una vera e propria origin story supereroistia, al tempo stesso rendendo omaggio al comic movie e creando una digressione estetica nel cinema metropolitano anni ’70/’80 con un chiaro omaggio a I guerrieri della notte.

Winona Ryder si conferma una scelta vincente per il ruolo di Joyce e con la sua recitazione nervosa e l’apparenza da eterna ragazzina incarna una fusione di istinto materno e bisogno di protezione, adulta ma al tempo stesso fragile – un perfetto pairing con Sean Astin, il cui ruolo resta purtroppo limitato al secondo capitolo ma che riesce a fondersi a meraviglia con il resto del cast e, ça va sans dire, con l’atmosfera retro dell’intera serie.
Hopper invece, grazie al rapporto con Eleven, beneficia di un ampliamento psicologico notevole ed estremamente godibile, che ha come chiaro riferimento i protagonisti de L’incendiaria di King e lo rende al tempo stesso un eroe action più completo e un ottimo espediente per la “normalizzazione” di Eleven.

In sostanza la seconda stagione risulta una scommessa decisamente vinta, di cui è necessario rendere pieno merito ai Duffer Brothers. Perché nonostante i nove episodi della stagione scorrano veloci e fluidi senza quasi nessun intoppo, questo secondo capitolo era, sulla carta, un’operazione decisamente meno semplice di come potrebbe sembrare ad un’analisi superficiale: il sapiente bilanciamento tra la soddisfazione delle aspettative dei fans, la coerenza narrativa ed estetica, la ricerca di un ampliamento psicologico e delle dinamiche interpersonali dei personaggi (che ricordiamoci, stanno crescendo e cambiando soprattutto fisicamente) in Stranger Things 2 devono convivere con la trasformazione di una sleeper hit in una saga vera e propria che possa sostenere ulteriori stagioni, e con la mutazione di un intero show, partito con spirito amatoriale e citazionista e divenuto un’enorme, gigantesca macchina di marketing. I Duffer hanno dimostrato di avere le spalle abbastanza larghe per reggere il peso di questa mutazione, mantenendo la freschezza e lo godibilità dello show ai livelli massimi possibili. Ora non resta che attendere (con ansia) il terzo capitolo che porterà presumibilmente a compimento l’evoluzione di una saga che è riuscita a rompere i confini e i limiti tradizionali della produzione televisiva, insinuandosi nell’immaginario collettivo alla stregua del Marvel Cinematic Universe, diventando il primo vero blockbuster sequel blockbuster della Second Golden Age of Television.