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Star Trek: Discovery / 1x01 – 1x02 | Recensione Point Blank

Star Trek: Discovery / 1x01 – 1x02

Videodrome Autore: Samuele Sestieri      Pubblicato il: 28/09/2017

Discovery riporta in auge l’essenza della saga di Gene Roddenberry: il punto più ignoto della galassia non può che trovarsi dentro di noi.


Dopo una dozzina d’anni di assenza dal piccolo schermo, torna Star Trek, la più iconica delle saghe di fantascienza della tv (e non solo). Il complesso universo creato da Gene Roddenberry ha fatto della reincarnazione il centro propulsore della sua mitologia. La Federazione Unita dei Pianeti con i viaggi avanti e indietro nel tempo, ha riscritto di anno in anno il mito della frontiera, la scoperta dell’ignoto, l’interazione con l’Altro, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima: in fondo Star Trek è sempre stato un western con le astronavi al posto dei cavalli. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’universo della Flotta Stellare, sa bene di avere di fronte una galassia di norme, codici, etnie, lingue e culti differenti: un’autentica altra Storia, frutto di una delle continuity più rigorose e appassionanti che la televisione e il cinema abbiano mai conosciuto.
Star Trek racconta, meglio di chiunque altro, il mito dell’America riscoprendo il fascino naturale, archetipico, per l’esplorazione e la scoperta. Quando le tenebre hanno avvolto gli USA, il celebre franchise non ha mai smesso di credere nell’utopia, unico possibile antidoto al reale. Forse proprio per questo, nonostante gli alti e i bassi della sua vita cinquantennale, il mondo ha sempre avuto bisogno di Star Trek. Perché, proiettando i suoi viaggi nel futuro, la saga ha continuato a raccontare drammi e conflitti del presente, infondendogli un’aura di speranza, un possibile vaccino.
Dopo la deludente fine di Enterprise, J.J. Abrams ha rilanciato il franchise al cinema con una trilogia smaccatamente revisionista che ha fatto storcere il naso ai trekker più incalliti. Eppure…eppure il mondo ha di nuovo creduto in Star Trek. Bisognava tornare alle origini con sguardo ucronico e fascinazioni tutte al condizionale (cosa succerebbe se un supercattivone romulano tornasse indietro nel tempo e cambiasse la storia come l’abbiamo sempre conosciuta?): così è nato il Kelvin Universe. Ma quando si è trattato di riportare la saga a casa, in televisione, Bryan Fuller e Alex Kurtzman hanno compreso che la cosa migliore era continuare a esplorare l’universo originale, così ricco di spunti e suggestioni da valicare qualsiasi enciclopedia. Niente giochini spazio-temporali, niente realtà parallele, ma lo Star Trek di sempre, canonico e complesso, per amore e rispetto della continuity.
Le (condivisibili) speranze di chi voleva conoscere il mondo di Star Trek dopo TNG, DS9 e VOY, scoprendo il futuro più remoto, sono state deluse: ancora una volta, come già in Enterprise, si ritorna al passato. Un prequel, dieci anni prima della missione quinquennale di James T. Kirk. D’altra parte, per non disorientare il grande pubblico cui questo Star Trek pare inesorabilmente destinato, si trattava della scelta più ovvia (e, ça va sans dire, meno coraggiosa).
Ma al di là di queste necessarie premesse, eccoci dunque a Star Trek: Discovery. Nata da una querelle infinita (la CBS toglie il ruolo di showrunner all’ottimo Bryan Fuller) che ne ha ritardato l’uscita, i primi due, esplosivi episodi della sesta serie Trek arrivano in Italia su Netflix: Un saluto Vulcaniano e La battaglia delle stelle binarie. Ci lasciamo alle spalle il leggendario immaginario in cartapesta, sopravvissuto fino a Voyager (nonostante ci fossero già le prime incursioni di computer graphica), per avventurarci in uno Star Trek più ricco, stupefacente, tecnologico, in poche parole a passo con i tempi. Finalmente la saga ha il budget che merita, potrebbero dire in molti. È vero, ma ricordiamo che spesso fu proprio l’assenza di un grande budget a creare storie indimenticabili nelle serie precedenti. Ma bisogna anche fare i conti con un mondo che è cambiato troppo in fretta: Star Trek si ritrova a volare in un terreno diverso, con una competizione seriale che non ha precedenti nella storia televisiva.
Si tratta allora di utilizzare al meglio le nuove tecnologie, di aggiornare Star Trek e di attualizzarlo.
Da un punto di vista visivo e sonoro questi primi due episodi mostrano uno Star Trek che ha metabolizzato Gravity e le fluttuazioni interstellari. Uno Star Trek strepitosamente antigravitazionale che fa dello spazio l’ultima frontiera del visibile. Le stelle in alta definizione sono come fari nella notte, colonne d’Ercole, avamposti di conoscenza in una realtà (la Federazione) ancora non perfettamente collaudata. Il naturale ottimismo della saga questa volta deve essere ristabilito. Gli ideale di pace, amore e prosperità, il rispetto della prima direttiva, si ritrovano avvolti in una tenebra oscura: i leggendari Klingon sono pronti a una vera e propria guerra contro la Federazione. E, mai come ora, gli storici nemici (poi amici) della Flotta Stellare assumono un carisma e perfino un’insospettata umanità. Non più il popolo guerriero disposto a tutto pur di difendere il proprio onore, ma un insieme di casati che non vuole perdere la propria identità. La Federazione che viene in pace è una minaccia per la loro unione: i principi di democrazia e di uguaglianza non fanno parte della sfera sacra dei Klingon, riuniti sotto l’antica spada di Kahless.
Oggi come negli anni sessanta, Star Trek riesce a parlare dei conflitti del presente, alludendo chiaramente allo scontro tra la società occidentale e il terrorismo islamico. La Federazione appare come una sorta di ONU, capeggiata da quella stessa America che fa da tutore a un imperialismo democratico. La battaglia allora è tra logica e superstizione, tra quantità e qualità, tra raziocinio e mito: quasi uno scontro di fede. Non a caso la nave che soccorre la U.S.S. Shinzou è l’Europa.
Discovery ha l’intuizione di colmare le lacune, di raccontare episodi appena descritti nel corso di questi cinquant’anni: la guerra tra Klingon e Federazione era lo spettro di Star Trek. La filosofia di Roddenberry non viene infranta, ma stavolta per tornare alla luce bisogna attraversare l’oscurità. Ma anche questa non è una novità: già la sottovalutata e troppo spesso dimenticata DS9 metteva al centro della narrazione la guerra tra il Dominio e la Flotta Stellare. Discovery apprende la lezione di DS9 e, come la serie con il capitano Sisko, instilla il conflitto quale germe relazionale tra i protagonisti stessi. Ma, come dato aggiunto, Discovery fa qualcosa che in Star Trek non è mai successo: la protagonista non è il capitano, ma il suo numero uno, Michael Burnham. Inoltre, nella verticalità gerarchica della Federazione, il suo personaggio in parte umano in parte vulcaniano, è autentica dinamite. Non rispetta gli ordini, si impone sul capitano, in un esaltante ammutinamento che rivela tutta la sua umanità. Come nelle migliori figure di Star Trek – Spock, Data, Odo, Sette di Nove, T’ Pol – il suo è l’occhio alieno che riscopre o ricerca la propria identità. L’umanità in Star Trek, infatti, non è solo umana. È un sentimento, un modo di percepire e sentire il mondo, una conquista, un dono, oltre la logica, oltre la razionalità. Il personaggio dolente e tenace di Michael Burnham, la sua grinta, il suo passato, la rendono immediatamente una figura iconica, forte e memorabile fin dalla prima apparizione. Lei incarna tutto ciò che è sempre stato grande in Star Trek: il valore dei propri sentimenti, la vittoria dell’istinto sulla ragione. È la stessa Burnham a causare la guerra con i klingon, è la stessa Burnham a rappresentare l’anomalia all’interno della Flotta Stellare. Proprio lei, cresciuta da quello stesso Sarek che diviene la figura di continuità con il passato, trait d’union con lo Star Trek di una volta (il celebre vulcaniano, per chi non lo sapesse, è il padre di Spock).
Discovery si fa immediatamente sfaccettata e complessa, ma soprattutto conflittuale. Inoltre la struttura della serie sembra promettere un racconto epico, suddiviso in quindici parti: è chiaro che sarà il conflitto con i Klingon a cambiare il volto della galassia e a restituirci lo Star Trek che abbiamo sempre conosciuto. Anche la saga allora deve cambiare: quando mai in una serie Trek la nave protagonista non compare nei primi due episodi? Quando mai il capitano muore alla fine del secondo episodio? Quando mai l’equipaggio ricorrente non compare nemmeno nelle due puntate d’esordio? Discovery parte con un ritmo forsennato e inaudito, regalando un colpo di scena dopo l’altro, eppure è attentissima a capire che il punto più lontano, più ignoto della galassia è dentro di noi. Che sono le dinamiche relazionali la vera velocità curvatura del futuro e che l’umanità può superare ruoli e stellette per rivendicare il primato del sentimento: l’Altro è sempre Oltre.
No, Discovery non tradisce lo spirito di Gene Roddenberry perché ha il cuore puro dell’uccello della galassia, perché ha il coraggio di essere umanista fino al midollo. Il cinismo e la distopia non sono di casa in questo mondo, anche se ci inseguono all’interno di una nebulosa.
Eccoci dunque. Eccoci ancora una volta nello Spazio, all’ultima Frontiera: pronti a sognare lontano, oltre le stelle, ritrovando un vecchio amico che si era perso nell’etere. In fin dei conti, per dirla alla Capitan Uncino, che mondo sarebbe senza Star Trek?