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Speciale Oriente #11 / The Day After | Recensione Point Blank

Speciale Oriente #11 / The Day After

VISIONI Autore: Samuel Antichi      Pubblicato il: 23/02/2018

Hong Sang-Soo prosegue la propria riflessione sulla natura contingente delle relazioni umane, mettendo in scena un ulteriore variazione dello stesso tema


Corea del Sud, Francia 2017

Regia: Hong Sang-Soo

Cast: Kim Min-hee, Kwon Hae-Hyo

Durata: 92 minuti

Ormai un nome imprescindibile nel circuito festivaliero, tra gli autori più interessanti dell’intero panorama cinematografico contemporaneo, Hong Sang-Soo, il cui cinema è stato accostato a quello di Rohmer, Bresson e Cassavetes, nella sua lunga e prolifica carriera (26 lungometraggi in 21 anni), ha saputo sviluppare una cifra stilistica estremamente personale e distinguibile. Se ricorrenti tematiche, così come scelte formali ed estetiche, possono identificare la “poetica” di un autore, il cinema di Hong Sang-Soo consiste in una perpetua e infinita ripetizione delle proprie ossessioni, delle stesse situazioni, degli stessi personaggi, ma anche degli stessi attori, degli stessi episodi. L’aspetto più interessante del suo cinema diventa dunque il processo di ricodifica, il mettere in scena variazioni sottili dello stesso tema.

The Day After, presentato in concorso alla 70ª edizione del festival di Cannes, un ritorno al bianco e nero come in The Day He Arrives (2011) e Virgin Stripped Bare by Her Bachelors (2000), continua la riflessione del regista sulla contingenza delle relazioni umane, illuminando, nella quotidianità, nelle situazioni ordinarie, nelle tranche de vie, i punti di scontro, i conflitti, le contraddizioni piuttosto che le risoluzioni. A differenza di porre l’attenzione sulle minime variazioni delle dinamiche narrative, come avviene ad esempio in Virgin Stripped Bare by Her Bachelors, Right Now, Wrong then (2015) e In Another Country (2012), lasciando spazio allo spettatore per focalizzarsi su piccoli, impercettibili momenti, e per capire come anche questi brevi riflessi di quotidianità possano determinare le situazioni, precludere e tracciare diverse possibilità, The Day After riflette sulla natura fragile e flessibile delle connessioni umane. In quest’ultimo film viene a mancare la giustapposizione di due versioni differenti della stessa storia, vista e raccontata quindi da prospettive diverse, le linee narrative infatti si intersecano piuttosto che proseguire su binari paralleli. Il rifiuto della progressione lineare della narrazione crea una struttura circolare, che non ha linee di demarcazioni o di confine, un inizio e una fine. La ripetizione tuttavia persiste, nel perpetuo ritorno di situazioni, frasi, dialoghi, delle stesse figure e degli stessi motivi. Il triangolo amoroso del film, che inizialmente, e nella maniera più classica, comprende Bongwan, direttore di una piccola casa editrice, sua moglie e la sua segretaria, con la quale ha una relazione, si allarga, complicandosi, dal momento che coinvolge anche Areum, una giovane ragazza che viene assunta come assistente, prendendo il posto proprio dell’amante, che nel frattempo ha deciso di andar via. All’interno del film i personaggi stessi si scambiano, invertendosi i ruoli, ripetendoli, come risulta chiaro quando la moglie di Bongwan, dopo avere scoperto una lettera d’amore da parte dell’amante, si precipita nel suo ufficio aggredendo e insultando Areum, scambiata per la donna con la quale il marito ha una relazione.

Più che nella struttura del racconto ripetitivo, la simmetria viene resa attraverso la messa in scena. Il film si svolge prevalentemente in tre ambienti: lo studio, la casa e il ristorante in cui i personaggi si incontrano a ruota, scambiandosi i ruoli. Durante lo scontro in ufficio, ad esempio, Areum siede accanto a Bongwan alla sinistra dell’inquadratura, con la moglie sulla destra. In una successiva scena di dialogo, un altro scontro, sempre all’interno dell’ufficio, la nuova assistente si trova nella posizione occupata dalla moglie nell’inquadratura precedente, ovvero sulla destra, mentre a sinistra siedono insieme Bongwan e l’amante. In queste scene Hong rifiuta il campo contro campo, per la ripresa in continuità. Oltre gli immancabili zoom, che sembrano voler scavare nelle pieghe dell’animo umano, i dialoghi vengono ripresi attraverso piani-sequenza e la macchina da presa passa da un personaggio all’altro attraverso delle panoramiche da destra verso sinistra e viceversa. La condizione fragile e precaria delle situazioni sentimentali, e umane, viene ulteriormente sottolineata nella scena finale, che non risolve, ma segna un’ennesima sperimentazione nella struttura narrativa, e nell’ordine temporale, mostrando ancora una volta stesse situazioni con cambiamenti minimi. Un eterno ritorno, una coazione a ripetere che confonde e mescola realtà e immaginazione, desiderio e azione.