Sivas

VENEZIA 2014 Autore: Davide Eustachio Stanzione      Pubblicato il: 03/09/2014

Il film dell'esordiente in Concorso Kaan Mujdeci non convince del tutto nonostante una regia di forza non indifferente. Ed è anche molto rappresentativo dei limiti della selezione di quest'anno


Turchia, 2014

Regia: Kaan Mujdeci

Cast: Okan Avci, Cakir, Ozan Celik, Ezgi Ergin, Banu Fotocan

Durata: 97 minuti

Un ragazzino, Aslan, oltre ad avere un nome palesemente e letterariamente leonino, è anche fiero, bellicoso, con un temperamento mica da ridere. Le sue sorti si legano a quelle di un cane da combattimento un po’ malfermo e azzoppato, Sivas. In un villaggio dell’Anatolia prende vita il più classico dei legami che vincolano l’infanzia al mondo animale, ma la loro amicizia sarà minacciata dal mondo senza cuore e privo di scrupoli degli adulti e dal sopraggiungere di fattori esterni tutt’altro che benevoli. Sivas di Kaan Mujdeci è un’opera prima che ha avuto ospitalità nel cartellone di Venezia 71 per forte volontà dei selezionatori e soprattutto del direttore Alberto Barbera, che praticamente in ogni intervista ne ha lodato le qualità e lo ha fatto passare per il film rivelazione del Concorso di quest’anno. E in parte l’aver trovato asilo tra i nomi grossi e spesso già affermati è legittimato da un controllo stilistico potente e sorprendente e da una regia famelica e vibrante che si muove ad altezza di bambino con assoluto rigore, con un uso a tutto campo della macchina a mano e un piccolo interprete che s’impone di prepotenza per il premio Mastroianni al miglior attore esordiente. Soffermandosi su cani che si sbranano ma anche sulle connotazioni fisiche e quasi organolettiche di una terra petrosa e scavata nella roccia, respingente sotto il profilo sia umano che ambientale, in cui risiede una durezza che si manifesta da diverse angolazioni.

Il film di Mujdeci, al di là dei suoi pochi pregi, parzialmente già elencati, e dei suoi tanti difetti dovuti a un’acerbità fisiologica che l’oltranzismo delle inquadrature non può certo cancellare (la narrazione che oltre la metà s’inceppa e non si rialza più), conferma comunque in modo inappellabile i limiti non indifferenti della selezione di quest’anno e il vizio di forma ideologico che pare invaderla. La sensazione infatti è che il senso di ricerca tanto millantato a parole nei fatti alberghi poco nei film che si sono visti, soprattutto dal punto di vista formale. Domina, semmai, proprio come in questo caso, una dittatura della tematica importante (meglio se connessa al degrado e a suoi derivati), un’affezione per l’ambientazione solo sulla carta pregnante e significativa, una patina di cinema d’autore vecchio stampo che è solo esteriore e mai vissuta fino in fondo dalle pellicole in questione, sempre distanti dal nucleo costitutivo di ciò che affrontano e narrano. Quasi come se la forma fosse una cornice superficiale, un ostacolo o un filtro giustificante, e mai una combinazione d’accesso a casseforti più profonde e segrete. Discorso valido, oltre che per Sivas, anche per The Cut, per Loin des hommes, per Anime nere (dov’è la ricerca? Lo scossone? La messa a soqquadro della convenzione?) perfino per 99 Homes (che però ha dei meriti tali da superare molta stereotipia) e addirittura per Nobi: Fires on the Plain di Shin’ya Tsukamoto, un film per chi scrive incredibilmente ottuso, firmato da un autore che usa i propri contrassegni stilistici in modo goliardico e lascivo, dimenticando l’autentica misura del dramma e la compostezza di una forma che sia servizievole al racconto e non specchietto per le allodole di una politica degli autori ancora oggi evidentemente vorace - il Concorso di Venezia 71 ne sa qualcosa - ma ormai definitivamente bypassata.
Sivas si inscrive dunque di gran carriera in questa tendenza che invade più di un quarto del Concorso, da un lato ribadendo i pregi del cinema turco contemporaneo e la sua scabra adesione al reale, ma dall’altro gettando una lente d’ingrandimento sulle circoscrizioni di una visione quanto mai polverosa del mezzo cinema e delle sue possibilità. Un difetto di fondo che impedisce di entusiasmarsi anche per tutto ciò che il film offre di concreto, vitale, perfino immorale: i combattimenti tra i cani sono filmati con una forza che lascia poco spazio all’immaginazione e possono giustamente irritare, ambigui moralmente ed eticamente. Nessun recinto, nessuna barriera, solo uno scavo millimetrico nelle pieghe dell’immagine, attraverso i canini e il sangue che scorre, l’azzannarsi e la tensione crescente. Qualcuno, alla fine della proiezione stampa, urla addirittura “vergogna!” all’indirizzo dello schermo, e da un certo punto di vista una presa di posizione così violenta contro palesi maltrattamenti altrettanto crudi non è biasimabile. Dal punto di vista cinematografico si sente però l’odore di zolfo del coraggio privo di sconti e la capacità di far percepire allo spettatore la violenza della verità, il sapore della terra e la solitudine dei luoghi, anche senza compiere mai uno scarto positivo definitivo, proprio in virtù dei limiti cui si accennava in precedenza. E’ interessante, in compenso, assistere a un’amicizia uomo-animale all’insegna della purezza e dell’innocenza stritolata dagli interessi predatori del potere, della lotta e dell’economia in uno scenario così arido e ostile, in cui il peso dei legami tra padri e fratelli conta il triplo del normale e la natura non riesce quasi a respirare ma solo ad ansimare sofferente, proprio come una bestia ferita.