Roseanne

Videodrome Autore: Eugenia Fattori      Pubblicato il: 25/06/2018

Metamorfosi di una serie tv che racconta l'America più profonda


È annuncio di pochi giorni fa che in seguito alla chiacchieratissima chiusura di Roseanne, evento del tutto eccezionale ma al tempo stesso perfetto specchio del contemporaneo (causato da un tweet razzista dell’attrice protagonista), il cast e la produzione proseguiranno con uno spin-off dal titolo The Conners, che continuerà la trama originale della serie escludendo però la sua star e creatrice Roseanne Barr.
Sulla Barr, passata in alcuni decenni da stand up commedia a star della televisione, per poi diventare un simbolo dell’alt right americana e dei sostenitori di Trump, ci sarebbero pagine e pagine da scrivere (e infatti ne ha scritto molto bene, in un fluviale longform su Link, Violetta Bellocchio), ma come in molti casi succede la presenza di un personaggio così eccentrico ha finito per offuscare l’importanza della serie e il peso dei discorsi che ha scelto di mettere in campo.

In maniera del tutto rivoluzionaria per una comedy generalista, Roseanne scelse fin dal suo esordio di trattare in maniera realistica e a tratti cruda la realtà della classe operaia americana: nel contesto di un Midwest pre-crisi economica, ma già decisamente in difficoltà, Roseanne raccontava una storia completamente scevra di ogni cliché da sogno americano, costruendo il suo impianto di commedia sulle basi di quella che era, in fondo, più che altro una tragedia americana.
La vita dei Conner, perennemente appesa al filo del disagio economico, rispecchiava già all’epoca la vita di gran parte degli americani, fatta di conti da pagare, assistenza medica insufficiente, gap di istruzione incolmabile, immersa in un contesto culturale in cui la capacità di spesa corrispondeva (e corrisponde tutt’ora) alla misura del successo personale. Una vita da emarginati del capitalismo in un paese in cui il capitalismo domina le logiche della società e chi ne è escluso ha scarsissime speranze di emanciparsi da questa condizione, nonostante la retorica dell’American Dream e della democrazia riescano ad illudere molti del contrario.

Roseanne raccontava una storia di persone normali, capaci e intelligenti ma bloccate dall’indigenza in una condizione perennemente subalterna e precaria, e lo faceva attraverso la leggerezza e il sarcasmo che da sempre, solo nella comedy, riescono a convivere in maniera così felice. Dialoghi eccellenti, storyline spesso rivoluzionarie (ad esempio, fu una delle prime serie ad affrontare seriamente il tema LGBT in quella fascia oraria e su quel tipo di canale) ne fecero uno dei gioielli della corona di ABC per parecchi anni e resero Roseanne Barr una star. La fama per la Barr fu il veicolo per esprimere una personalità esagerata, attraverso rivelazioni choc sulla sua vita privata, scandali gossippari e soprattutto, pare, la tendenza a tiranneggiare in maniera orribile il set dello show.

Conclusa la serie, la parabola della Barr si è radicalizzata, portandola gradualmente sempre più al centro di quella che in USA chiamano la destra alternativa, quella non convenzionalmente legata al Partito Repubblicano ma tendente, come del resto vale per quella europea, alla glorificazione della classe lavoratrice con una retorica dell’uomo comune molto simile a quella dell’estrema sinistra ma tinta di una fortissima vena razzista e anti-sistema.
La star, anche lei di provenienza working class, si è fusa ulteriormente con il personaggio e nonostante fosse ormai una celebrità miliardaria, ha continuato a guardare all’attualità con il punto di vista dell’americano medio di bassa istruzione (quello che in modo dispregiativo viene chiamato white trash), con in più una vena di eccentricità e tendenza all’esagerazione che l’hanno resa un villain perfetto nell’era dei social media, specialmente su Twitter.
È in questo contesto che ha preso forma il reboot di Roseanne, un’operazione già in partenza rischiosa per la personalità della protagonista e complicata da una situazione politica polarizzata; se la produzione e la writer’s room erano quasi interamente orientate politicamente a sinistra, così come la rete (diretta da una donna afroamericana), la collocazione politica di Roseanne sia nella vita che nella finzione stava tra i sostenitori di Trump. La vera sfida era quindi il bilanciamento tra il desiderio di riflettere ancora la vita della classe lavoratrice americana e il mantenimento di un atteggiamento neutrale, che non fosse sbilanciato verso una favola liberal ma neppure caricato di toni di cupezza mal conciliabili con una comedy.
Inoltre, c’era la necessità di contenere gli eccessi della Barr, frettolosamente risolta con la cessione (come si è poi visto, per nulla risolutiva) dei suoi account social media al figlio. In questa condizione obiettivamente rischiosa, la serie ha debuttato con rating altissimi e con tutti gli occhi dell’America – compreso il POTUS – puntati addosso.

Complessivamente, Roseanne è riuscita perfettamente nel suo intento: continuare a raccontare la vita di un’America profonda e lontana dagli occhi dei media, senza pietismi e senza inutili edulcorazioni, alla luce dell’enorme cambiamento culturale dell’ultimo decennio. Un’America che dopo la crisi si è sentita ancor più abbandonata dallo Stato e ha finito per abbracciare in parte le teorie populiste e razziste, radicalizzando le posizioni politiche anche all’interno delle stesse famiglie. Un’America in cui i figli tornano a vivere con i genitori perché perdono il lavoro, in cui le poche certezze – su tutte, quella di poter garantire ai propri figli un futuro migliore motivandoli al cambiamento e all’istruzione – sono miseramente crollate sotto il peso della globalizzazione.
Come può stupire, pensando razionalmente, che la stessa Roseanne finzionale, che negli anni ’90 inneggiava ai diritti dei gay e prendeva posizioni femministe, vedendo distrutte tutte le speranze per i propri figli e per la propria vecchiaia finisca per votare per Trump? Lo show analizza quindi con spirito critico le ragioni di questo cambiamento e affronta con neutralità il conflitto familiare (specialmente con la sorella) che ne deriva.

I veri protagonisti di Roseanne sono però, come sempre, l’economia americana, il pregiudizio, la sanità insufficiente e classista, la quotidiana lotta per la sopravvivenza: ed è questo il motivo per cui ci sono buone possibilità che la serie possa sopravvivere brillantemente al licenziamento della Barr. Perché il ritratto di questa famiglia può tranquillamente prescindere sia dalle (ormai non più così dirimenti in termini di qualità) capacità attoriali della matriarca protagonista che dalla precisa composizione del cast e della famiglia Conner stessa.
I Conner sono il ritratto di un Paese che è lo stesso, ma è anche opposto e speculare a quello raccontato da un altro reboot televisivo, quello di One Day at a Time: da una parte c’è una classe di immigrati che fa della fiducia nel futuro e nell’America liberal e multiculturale la propria forza; dall’altro quello degli americani di nascita, delusi nelle proprie aspettative e rancorosi verso quella stessa ideologia liberal e verso quel sogno americano che invece ancora spinge le masse verso il loro Paese. Due mondi apparentemente inconciliabili eppure non così distanti – e la serie stessa, in uno dei suoi episodi più discussi, mette in luce questa contraddizione – che rappresentano il tramonto, forse, di un intero stile di vita ma anche l’inizio di una società diversa.

Come Roseanne, la serie, e come Roseanne Barr, la classe lavoratrice americana deve necessariamente cambiare o auto-condannarsi a un tramonto fatto di rimpianti, recriminazioni e rabbia. Ma per questo è necessaria una presa di coscienza collettiva, che forse una serie come The Conners potrebbe aiutare a sviluppare: non sarebbe la prima né l’ultima volta in cui la televisione generalista si fa portatrice di valori di tolleranza che innescano un cambiamento positivo nella società (pensiamo al ruolo di Will&Grace nell’accettazione dell’omosessualità) e se anche l’idea che una serie tv possa anticipare in positivo l’evoluzione della società fosse un’utopia, è un’utopia a cui è bello credere.