Ridere per resistere, ovvero Edgar Wright vs the World

Stile libero Autore: Davide Di Giorgio      Pubblicato il: 29/08/2017

Excursus nel cinema e nel pensiero del grande autore inglese, paladino della parodia intelligente e umanissima.


C’è una componente del cinema di Edgar Wright che possiamo definire esistenziale: non è la prima a balzare agli occhi, considerato il più evidente lavoro sui linguaggi e sui cliché dei generi cinematografici, da lui compiuto in ogni opera. I film del regista inglese, infatti, sono tutti perfettamente riconducibili a una matrice narrativa ben definita (il western, lo zombie movie, l’action, la fantascienza e via citando), ma non per vezzo o per semplice volontà di giocare con l’immaginario di riferimento. O meglio, c’è anche questo, ma al fondo c’è il desiderio di creare un ambiente favorevole allo sviluppo dei personaggi, indagati nei loro sogni e nella loro lotta quotidiana per preservare il proprio modo di essere.
Da questo punto di vista, anzi, va notato come gli “eroi” di Edgar Wright non evolvano: sebbene le storie, di volta in volta, li pongano dinanzi a ostacoli letteralmente più grandi di loro (un’invasione zombie, sette ex fidanzati da sconfiggere per conquistare la ragazza, e altro), il percorso da compiere non è propedeutico a un affrancamento dalla dimensione di partenza, ma serve, invece, esattamente a mantenere quello stato da cui tutto è iniziato. Shaun continua a deambulare sbadigliando come uno zombie e a giocare ai videogame con l’amico (zombificato) Ed; il valente Nicholas Angel prosegue la sua carriera di poliziotto irreprensibile portando dalla sua parte il dipartimento che prima lo vedeva come una persona fuori posto; persino gli alieni rinunciano a “educare” l’umanità lasciando campo libero alla Fine del mondo. E’ un cinema di personaggi disallineati e forse anche imperfetti per gli standard della massa. Possiamo chiamarli pure “freak”, ma il punto è che quei personaggi, con le loro immaturità, i loro tic, i loro rituali fatti di gioco e sbronze al pub, ci sono cresciuti e non hanno intenzione di abbandonarli tanto facilmente.

Qui c’è un punto dirimente della visione del mondo secondo Wright: alcuni lo hanno definito l’ode del cazzeggio, il pascersi del proprio essere eterni adolescenti incapaci di crescere; ma la sensazione, osservando i cinque lungometraggi [sarebbero sei, ma non si è ancora visto Baby Drive al momento in cui si scrive] che al momento compongono la sua filmografia, è un po’ differente. Non si tratta tanto di difendere il proprio diritto all’immaturità per non affrontare le responsabilità del mondo. Chi, vedendo le imprese di Shaun che affronta gli zombie, non direbbe infatti che si tratta a suo modo di un eroe? Il punto è proprio il mondo “di fuori”, su cui Wright ha un’idea ben precisa, che rende il suo cinema satirico e pungente: è un mondo già “zombificato” alle origini (come ci mostrano i titoli di testa di L’alba dei morti dementi), dove misteriose Confraternite eliminano chi non si allinea (accade in Hot Fuzz) mentre intelligenze aliene decidono verticisticamente come deve comportarsi l’umanità per essere accettata nel grande disegno dell’universo (vedi alla voce: La fine del mondo). A tale sfacciata disumanizzazione, Edgar Wright oppone l’arma dello sberleffo e fa del suo un cinema resistente, affine per certi versi all’opera di un maestro come John Landis – e guarda caso Wright fa risalire il suo amore per l’umorismo più surreale alla visione di Un lupo mannaro americano a Londra.

La generazione ritratta da Wright non è dunque soltanto quella, tipica dei contesti indipendenti, in cerca del proprio centro di gravità permanente: è al contrario un’epica di eroi che hanno già trovato il posto nel loro mondo e devono difenderlo dalle sfide che la vita para loro innanzi. Certo, permane una dimensione asessuata che rende queste imprese ingenuamente fanciullesche, ma va inquadrata nell’ottica dell’innocenza con cui queste stralunate figure portano pervicacemente avanti i loro obiettivi. Il lavoro sui linguaggi di genere si compenetra a questo livello più “umanista”, essendo il nostro un regista molto attento non solo a cosa vuole dire, ma anche a come la sua visione deve essere veicolata. Pertanto, il suo corteggiare di volta in volta un genere ben definito è propedeutico non tanto al divertito solleticare e rifare i modelli di riferimento. Intendiamoci: L’alba dei morti dementi, oltre che una precisa operazione di ricombinazione dei topoi dello zombie-movie in versione comedy, è anche un perfetto epigono dei capolavori di George Romero. Perché alla base c’è una conoscenza che è una vera e propria forma d’amore. Ma, proprio perché di visione del mondo si parla, il tornare ai modelli diventa un modo utile per creare un alveo all’interno del quale i protagonisti possano essere se stessi. Ecco dunque che le minacce che i malcapitati eroi devono affrontare, appaiono anche come una traslazione delle loro stesse battaglie quotidiane. L’epopea zombie di Shaun è sì l’emblema di un mondo che, in quanto già “zombificato”, viene semplicemente allo scoperto, ma è anche il contesto ideale attraverso il quale Shaun stesso può far trionfare la sua realtà riunendo ciò che ha di più caro: l’amico Ed, la fidanzata Liz e il pub Winchester. Altro che le frustrazioni e la disperazione che attanaglia il Rick del serial The Walking Dead: il dilemma non è morale, non si tratta tanto di fare la cosa giusta sopportandone il peso, quanto di portare a compimento ciò che si vuole fare, perché la realizzazione di se stessi coincida con le direttive del proprio mondo. Allo stesso modo, quando Nicholas Angel affronta armi in pugno i cattivi che dominano su Sanford, sta dichiaratamente affrontando quei “livelli superiori” che lo hanno allontanato dal lavoro che tanto ama, facendo in tal modo trionfare la propria visione della giustizia. Il cinema è l’arma attraverso cui questo giovane e geniale autore crea un percorso comune che poi lega le lotte dei protagonisti alla memoria condivisa con lo spettatore, chiamato a riconoscere i cliché e le convenzioni e a capire di essere in territorio amico. Facile a quel punto allineare chi è nel giusto e chi, invece, deve soccombere a causa della propria disumanità.

Le fondamenta sono dunque solide, e permettono a Wright di spiccare il volo ritagliandosi margini di sperimentazione visiva e linguistica molto interessanti: da questo punto di vista, più della pur splendida Trilogia “del Cornetto”, conviene tenere presenti altre due opere, il western d’esordio A Fistful of Fingers e la prima avventura americana, Scott Pilgrim vs. the World. Due opere che, libere dall’ingombro dei magnifici corpi iconici di Simon Pegg e Nick Frost, permettono di raggiungere meglio il cuore del Wright-pensiero.
Realizzato nel 1995, A Fistful of Fingers è una parodia dei western italiani ma anche un film che lo stesso Wright tende un po’ a rimuovere: la visione non tarda a dimostrare il perché. La dimensione produttiva è chiaramente indipendente, la fotografia naturalista appare alquanto piatta e a tratti lascia emergere una fattura quasi amatoriale, che pure il film cerca di volgere a suo vantaggio sfruttando alcune povertà dei mezzi come invenzione allineata al tono surreale della vicenda (i cavalli di gomma, le scenografie a volte senza nemmeno le pareti). Graham Low è il pistolero senza nome che riecheggia il Clint Eastwood di leoniana memoria ed è in cerca di un fuorilegge noto come “The Squint”. Nonostante i suoi limiti, il film già lascia intravedere alcune costanti dello stile che verrà: una scelta delle inquadrature molto dinamica, il ritmo impresso da repentini tagli di montaggio e l’umorismo costantemente sopra le righe, che a volte abbatte la distanza con lo spettatore sfruttando anche divertenti anacronismi (lattine di Coca-Cola, radio e auto moderne), ma senza dimenticare i classici giochi di parole. Ne risulta un flusso comico dove l’immagine e la parola si sorreggono a vicenda e creano un “universo” compatto e coerente. A tratti ricorda un po’ il primo Peter Jackson, in una dimensione più ragionata eppure molto personale nel cercare una forma di omaggio che sia anche una presa di distanza dal ricalco più facile. Manca ancora la dimensione umana, dacché i pistoleri della vicenda sono delle figure chiaramente bidimensionali.

Quindici anni dopo – con in mezzo tanta tv e i primi lungometraggi – è proprio l’umanità a emergere invece in Scott Pilgrim vs. the World, dove pure la trasposizione del fumetto di Bryan Lee O’Malley diventa il pretesto per un racconto che porta alle estreme conseguenze la capacità del regista di sperimentare soluzioni visive in grado di creare un mondo ben definito, sebbene derivato da un immaginario condiviso (in questo caso quello dei videogame “picchiaduro” alla Street Fighter). A torto considerato minore, Scott Pilgrim è il paradigma perfetto del Wright-pensiero e della sua capacità di mantenere un proprio punto di vista pur all’interno di un sottogenere così delicato come il cinefumetto (a un certo punto un personaggio pronuncia la classica frase scaramantica “il fumetto è molto meglio del film”…). E’ anche il progetto meno landisiano dell’autore, forse più assimilabile a una sorta di Donnie Darko in acido, per l’instabilità di un personaggio (eroico, basta vedere come sconfigge ogni avversario) che comunque mantiene sempre un proprio senso di spaesamento rispetto al microcosmo che abita e alle scelte che deve fare: una maschera effettivamente più assimilabile alle dinamiche del fumetto e del cinema indipendente americano (si pensi a opere come Ghost World di Terry Zwigoff, o a Noi siamo infinito di Stephen Chbosky) ma che pure continua a lottare per arrivare, infine, alla situazione di partenza con la donna tanto agognata, la Ramona di Mary Elizabeth Winstead, che è ancora tutta da riconquistare. In mezzo c’è un’immagine che si piega, genera creature digitali come in un film di Stephen Chow, sorrette da una tavolozza cromatica variegatissima e in grado perciò di ridisegnare espressionisticamente uno spazio che pure lo stesso Wright (nel commento audio all’edizione DVD) sottolinea essere alla base estremamente realistico nell’uso delle location.

Anche per questo non ci spaventava più di tanto l’idea di vederlo alle prese con quella macchina pialla-talenti che è sempre la Marvel (e che del resto ha preferito lasciar andare Wright piuttosto che lasciarlo libero di operare): già sulla carta il suo Ant-Man aveva tutte le carte in regola per far parte comodamente del Wright-mondo. Un eroe che, pur sbalzato nella dimensione “Super” continua a difendere il proprio diritto a essere scienziato, barcamenandosi nel frattempo con i problemi coniugali con sua moglie Janet/Wasp. Non vi sembra che sarebbe stato il degno erede di Shaun?