Pezzi

I Sotterranei Autore: Marco Giacinti      Pubblicato il: 20/08/2014


Italia 2012

Regia: Luca Ferrari

Durata: 70 minuti

Se non sono gigli son pur sempre figli,
vittime di questo mondo

La città vecchia – Fabrizio De André

Massimo detto Er Pantera, Giuliana, Bianca: protagonisti dolenti di un racconto che squarcia il respiro, rendendolo affannoso come le loro voci, incerto come i loro passi. Ma andiamo un attimo indietro. Novembre che sembra primavera, Auditorium di Roma, settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Marco Müller al timone per la prima volta. Non è questo il tempo di tirare le somme perché quel tempo è passato, ma in quel momento parlammo di una sezione del Festival – specificatamente Prospettive Italia – come una delle meno riuscite di tutta la kermesse, troppo distante dalle strade del nostro cinema indipendente, vittima di quella stessa miopia che tanto soventemente attanaglia la distribuzione di questo paese, che porta sul palmo di una mano la mediocrità lasciandosi passare sotto il naso le eccellenze. Prospettive Italia ha mancato di coraggio, di spirito di innovazione, di criterio nella selezione, ma non per questo tutto era da buttare, non per questo chi ha curato la sezione ha fallito in toto. Il nostro voleva (e vuole ancora) essere il punto di vista di chi – e I Sotterranei ne sono la prova provata – non ha nessuna intenzione di puntare il dito, solo la presa di posizione di chi mangia cinema indipendente a ritmi forsennati e si prende la presuntuosa responsabilità di affermare che in questo paese la qualità delle opere indipendenti da presentare in un Festival poteva – e doveva – essere ben superiore rispetto a ciò che è stato. Ma – si diceva – non tutto è da buttare. Pezzi di Luca Ferrari– per niente a caso il vincitore –, è il palese indizio da prendere come prova, è il ramo in fiore che spicca tra tanti secchi, l’elemento che ci sbatte in faccia quell’esistente realtà cinematografica spesso suburbana proprio come lui, che avrebbe potuto e non è stata Prospettive Italia.

Laurentino 38 è un’arcinota borgata romana, terra di spaccio e di malavita, fondamentalmente patria di grandi emarginazioni sociali. È lì che Pezzi muove i suoi passi, con discreta tenacia e ostinata volontà, sviando dalle tortuose strettoie del patetismo, scavalcando agilmente il pericolo dell’intimismo come pure esercizio di stile. Intimità, artistica complicità, dimestichezza: sono queste le prime impressioni che assaporiamo digerendo il peso sullo stomaco di questo lavoro, mentre ancora ci sconquassa con la potenza del suo racconto. Anni di galera, vite ingiuste, colloqui in prigione, notti in strada, strisce di cocaina. Ingredienti che nemmeno la delicata mano di Ferrari riesce a rendere facilmente assimilabili, e d’altronde nessuno lo vuole né tantomeno lo pretende; protagonisti sporchi di un romanzo putrido che nonostante tutto scorre come la più ingenua delle favole: bische al posto dei castelli, il buio come solo arcobaleno. Luca Ferrari entra nella sua materia come fosse parte integrante di essa, tutto intorno a lui si muove come non ci fosse nessuna macchina da presa a riprendere, invisibile tra gli invisibili. In un vortice di storie che si ritorcono su loro stesse riportandoci sempre al punto di partenza s’innesca un meccanismo claustrofobico che connota tutto il lavoro, Er Pantera è punto di partenza e d’approdo, così come il Laurentino 38.

Un Romanzo criminale meno paillettato, senza brillantina nei capelli e con protagonisti che non entreranno nell’immaginario collettivo ma difficilmente usciranno dalla mente di chi ha assistito a questo lavoro, realizzato grazie alla lungimiranza e al coraggio della Relief, casa di produzione con a capo di Valentina Avenia, Valerio Mastandrea e Edoardo Lardera. Tanti film passati su queste pagine raccontavano la durezza della periferia romana, borgate lasciate andare alla deriva da organismi distratti e/o conniventi, ma raramente – o forse mai – il quadro finale aveva raggiunto però questa nitidezza, raramente – o forse mai – ci si era sentiti così vicini al racconto. Finisce col pessimismo intrinseco di Pezzi che ci strattona, lasciandoci attaccati al muro storditi, la stessa fine che Massimo avrebbe volentieri fatto fare al secondino che gli ha impedito di far visita a suo figlio.