Nemesi

VISIONI Autore: Matteo Marescalco      Pubblicato il: 13/11/2017

L'ultimo film di Walter Hill è un riuscito atto di resistenza contro un cinema spettacolare ridotto ai minimi termini.


The Assignment

USA 2017

Regia: Walter Hill

Cast: Michelle Rodriguez, Sigourney Weaver, Anthony LaPaglia, Tony Shalhoub, Caitlin Gerard

Durata: 95 minuti

(…) and I always sleep with my guns when you’re gone
(…) when I’m all alone the dreaming stops
and I just can’t stand


In un cinema inteso come atto di resistenza e di reincarnazione, quale è Nemesi, un fondamentale punto di vibrazione del testo filmico è costituito dalla sequenza (auto-)ripresa dalla microcamera dello smartphone in cui (il fu) Frank Kitchen si rivolge allo spettatore e gli punta contro la pistola, poco prima di abbandonarsi ad un futuro tutto da costruire. «Change is gonna come!». Quindi, probabilmente, non abbiamo ancora sentito/visto niente?

Tra le nebbie notturne di una luna che non lascia mai posto al sole, Frank Kitchen è un terribile killer a pagamento (incarnato dal corpo di Michelle Rodriguez, sacrificio in difesa dell’universo digitale di Pandora) che popola le confessioni della dottoressa Rachel Jane, ricoverata in un centro psichiatrico ed immobilizzata da una camicia di forza, a cui presta il volto Sigourney Weaver, madre per eccellenza delle contaminazioni postmoderne. Kitchen si aggira come uno spettro. È un fantasma che non lascia tracce e che nessuno ha visto, tanto da far credere all’analista Ralph Galen che si tratti di un mero parto immaginario di Rachel Jane, un semplice transfert delle sue insicurezze private. In realtà, il serial killer ha ucciso il fratello della dottoressa che, per vendicarsi, lo ha sottoposto ad un’operazione di cambiamento di sesso, ri-assegnando il suo ghost ad un nuovo supporto fisico.

Tutto l’universo di questo ultimo film del maverick Walter Hill è costruito sullo sfondo referenziale della cultura pop degli anni ’80-’90, non trascurando quel gigantesco ipertesto mediale che è la storia del cinema degli albori.
Alla liquidità delle mode contemporanee, Hill propone un cinema di strada atavico e guerriero, in grado di muoversi tra i segni grafici del fumetto (che trasformano i garage gestiti dalla mafia e i sottoscala in cui vengono vivisezionati gli scarti della società in materiale purulento degno della più promiscua città del peccato) e l’interpellazione diretta dello spettatore.

Nemesi è un’elegia funerea che percorre i binari del genere e, al contempo, li lascia deflagrare (la femme fatale del noir metropolitano è in realtà un uomo in cerca di vendetta che percorre un mondo noto all’interno di un corpo ignoto, nella cui gestione è privo di coordinate). La narrazione tradizionale è smontata a favore di un ibrido in cui la spina dorsale è costruita da flashback generati dai racconti di Rachel Jane. Lo stesso corpo filmico viene continuamente violentato e spezzettato, lungo un percorso anarcoide che detona le regole industriali alla base di ogni processo produttivo tradizionale e che si costituisce come campo da gioco da plasmare a piacimento e rimodellare all’infinito (la sequenza in cui Kitchen punta la pistola contro lo spettatore sarebbe potuto essere un inserto da manovrare a discrezione dei proiezionisti), consapevole che la propria identità è slegata dal genere di appartenenza. L’identità dello stesso film di Hill è scissa tra le espressioni verbali del racconto-sceneggiatura di Sigourney Weaver e cinèma autonomo di cui si rende protagonista Michelle Rodriguez, coinvolgendo lo spettatore in un processo di collaborazione particolare, ovvero quello di prestare al testo prefigurato dalla dottoressa una compiutezza visiva che esso non ha, ma a cui allude continuamente.

Dialogo a distanza tra creatore e creatura, miscellanea di cinema delle attrazioni e cinema narrativo, il corpo filmico di Nemesi risale alle origini storiche del mezzo cinematografico (La grande rapina al treno) attribuendosi il carattere di persistenza di una ben precisa modalità dello sguardo. In questa celebrazione mai fine a sé stessa della transmedialità dell’immaginario cinematografico, è compito dello spettatore orientarsi nonostante lo sfasamento delle coordinate, prestando fede alla fantasmaticità delle immagini filmiche che, al di là di ogni questione di genere e di mutazione di medium e nonostante sembrino non esistere più fisicamente, continuano strenuamente ad esserci.