Nella tana dei lupi

VISIONI Autore: Leonardo Strano      Pubblicato il: 21/05/2018

Christian Gudegast esordisce alla regia con un thriller urbano sofisticato che trova la sua strada ragionando sui meccanismi del genere.


Den of Thieves

USA 2018

Regia: Christian Gudegast

Cast: Gerard Butler, Pablo Schreiber, 50 Cent, O’Shea Jackson Jr, Evan Jones

Durata: 140 minuti

Di geometrie e simmetrie è fatto Nella tana dei lupi: quelle codificate nelle regole del suo genere di appartenenza (il thriller urbano) e quelle presenti nelle regole del gioco-metafora (guardie e ladri) performato dai protagonisti; quelle visivamente espresse in piena vista attraverso giochi di contrasto e quelle sottese nei giochi linguistici, nei frequenti poliptoti incagliati nello slang dei personaggi. Quelle, in poche parole, proprie di un raro approccio matematico alla narrazione, di un significante capace di dare profondità di senso al significato grazie ad accorgimenti tecnici e teorici calcolati per far funzionare il film oltre il compitino di genere, oltre la somma delle sue parti; per raccontare una storia che, dopo l’incastro dei suoi ingranaggi, faccia intravedere solide riflessioni relative alla meccanica degli stereotipi. Il merito di questo controllo strategico degli elementi compositivi è di Christian Gudegast, debuttante alla regia con talento da vendere, occhi prensili del miglior cinema d’azione e approccio cerebrale alle dinamiche filmiche con alto tasso testosteronico. È nello scarto qualitativo con opere simili a questa che si misurano gli aspetti positivi del tipo di approccio scelto dal neo regista per raccontare materiale pericolosamente vicino al baratro del già visto e del cliché.

La storia è quella del confronto tra la squadra speciale anticrimine di Los Angeles, guidata da Big Nick (Gerard Butler), e una banda di rapinatori esperti capeggiata da Merrimen (Pablo Schreiber).
La prima differenza con altre produzioni (e il primo aspetto matematico del film) è la coscienza dei tempi, la gestione delle velocità con cui si raccontano le azioni di criminali e poliziotti: la lentezza del tempo degli spazi privati e la rapidità di quello degli scontri sul campo formano due tranche, separate dal ritmo e dalle intenzioni narrative, che giocano in contropiede rispetto alle aspettative, impostando un racconto lento e improvvisamente veloce che brucia il fiato pur avendo dato tutti i preavvisi necessari.
La seconda differenza è relativa alla grammatica visiva delle scene urbane: snella e frontale, generosa nel chiarire sviluppi sempre più forsennati e comunque agile nel trovare uno zenit di originalità tra gli aspetti derivativi – che guardano a Fuqua e a Mann eliminando la rabbia da videogame del primo e il fatalismo quasi mistico del secondo – grazie ad una visione d’insieme in grado di finalizzare la muscolarità dell’azione al rinvigorimento della suspense e viceversa.
La terza differenza si legge nella sfida tutta maschile che domina lo schermo, tra il corpo rottamato di Gerard Butler e quello statuario di Pablo Schreiber: alfieri in una scacchiera-palcoscenico in cui tutto è pretesto per provarsi “più alfa dell’altro” a suon di mazzate all’orgoglio e sparatorie vis a vis. Nella loro lotta per la supremazia territoriale sono poli opposti ma identici, nemici ma in realtà compagni di sorte che giganteggiano combattendo al punto da dimenticare le rispettive motivazioni e il contesto fattuale. Il film trova nel loro scontro una rappresentazione perfetta dell’estetica machista, poi smontata da un pessimismo che vede nell’annullamento della vittoria gloriosa e nella morte senza retorica il massimo risultato e l’unica realtà per la storia di due uomini obnubilati da loro stessi.

Senso del tempo, gestione degli spazi e stereotipi portati al collasso: già questo è un gran risultato. Eppure Nella tana dei lupi azzarda anche il colpo di coda, il twist all’ultimo minuto che non solo risulta coerente ma offre anche una chiave di lettura in più, una visione al di là degli ingranaggi di genere che pure si erano dimostrati di eccezionale fattura. Si apre così un angolo interpretativo che evolve la negazione del machismo (rivelata grazie al suo insuccesso) nell’elogio degli scaltri, in coloro che vincono architettando in anticipo silenzioso simmetrie e geometrie. Come se Gudegast ci stesse dicendo che il miglior thriller urbano deve passare per forza attraverso la distruzione dei suoi stereotipi e che il colpo grosso, alla fine, lo agguanta chi si lascia sottovalutare, inquadra l’azione, registra gli schemi e poi sparisce non visto.