L'ora più buia

VISIONI Autore: Matteo Marescalco      Pubblicato il: 03/01/2018

Il tronfio classicismo di Joe Wright rilegge le vicende inglesi del Maggio 1940 non riuscendo, però, a porre gli eccessi retorici ed il gigantismo di Churchill al servizio della narrazione.


Darkest Hour

Gran Bretagna 2017

Regia: Joe Wright

Cast: Gary Oldman, Lily James, Ben Mendelsohn, Stephen Dillane, Kristin Scott Thomas, Ronald Pickup

Durata: 114 minuti

Movimenti rozzi ai limiti della goffaggine, homburg in feltro, sigaro e panciotto. Indubbiamente, Winston Churchill è stata una delle figure preminenti nella storia dell’iconografia europea del Novecento. Caratteri che, con l’ausilio dei continui mumble mumble e di una voce profonda ed aggressiva che graffia i timpani, hanno inevitabilmente attirato l’attenzione di un attore consumato e spesso sottovalutato come Gary Oldman, chiamato a (ri)portare in vita le vicende del primo ministro del Regno Unito nel Maggio 1940, L’ora più buia che il popolo inglese dovette affrontare in vista di una riscossa che avrebbe poi provocato la disfatta dei regimi totalitari.

Joe Wright pone il suo stile gonfio di classicità al servizio di un prologo teatrale: come il pubblico a teatro, lo spettatore cinematografico assiste allo schiudersi delle tende della privacy sulla vita di Churchill, accecato dalla luce di Londra, in preda ad un’abbondante colazione e a tessere la tela di innumerevoli trame diplomatiche. E noi, con il favore di una luce caravaggesca, perquisiamo gli oscuri anfratti percorsi dal primo ministro, il dedalo di uffici sotterranei, osserviamo i processi in Parlamento animati da drammi e sotterfugi e compiamo in metropolitana un viaggio verso Buckingham Palace con lo stesso stupore causato dalla vista di Churchill in mezzo ai pendolari.

La struttura del film è eminentemente classica e segue una rigida tripartizione applicata al versante storico e personale del racconto. Il Belgio è ormai caduto, la Francia sta esalando l’ultimo respiro e l’esercito inglese è bloccato sulla spiaggia di Dunkerque. Le speranze di riscossa sono agli sgoccioli. In questo contesto, Neville Chamberlain è costretto alle dimissioni e, tra tante perplessità ed ostilità, Winston Churchill è nominato primo ministro inglese. La terribile scelta che gli si spalanca davanti (quella che vede da una parte un possibile compromesso da stabilire con la Germania per salvare la nazione, e dall’altra una difesa del regime liberale che abbracci però la strada della guerra) gli procura una profonda crisi. Animato da un piglio deciso, Churchill dovrà guidare un governo di larghe intese e condurre il proprio Paese in una guerra il cui esito appare ancora tutt’altro che scontato.

L’ora più buia arriva al cinema in periodo Brexit e sorge spontaneo cercare l’instaurazione di una dialettica con il presente. Oltre a fornire la lettura di un preciso momento storico e di una figura carismatica che lo ha caratterizzato e che ha fatto della propria voce la sua forza (le scene madri in Parlamento e quella del discorso alla radio in una abbacinante luce rossastra fanno da controcampo alla voce spezzata di Giorgio VI ne Il discorso del re), Joe Wright costruisce il suo film sull’urgenza dell’espressione retorica come declinazione dell’attività politica, e su una serie di dettagli che rivelano i caratteri dei personaggi.

Tuttavia, se la parola di Churchill funziona come strumento affabulatore nei confronti degli umori degli inglesi, la stessa cosa non si può dire in relazione agli spettatori cinematografici. L’eccesso ipnotico di ogni dettaglio appesantisce le singole sequenze, che appaiono spesso scollegate tra loro, e priva il racconto di un coinvolgente picco emotivo, oltre a fallire il collegamento con il presente di cui si parlava prima. Per intenderci, lo zenit drammaturgico è presente ma rimane vittima di una retorica ridondante che restituisce unicamente il peso ingombrante di una figura (e, con essa, di un’interpretazione) che si staglia su qualsiasi altro elemento in una lotta di superficie che sfuma il potenziale magmatico di partenza. Il Winston Churchill di Gary Oldman esagera nel sedurre il proprio pubblico e svela tutto il suo carattere posticcio. E la retorica insieme al barocchismo della componente scenografica schiaccia la materia viva e pulsante, dando l’impressione che, con molta probabilità, un lavoro maggiormente in sottrazione avrebbe giovato alla complessiva riuscita del film.