Legion - Prima stagione

Videodrome Autore: Matteo Berardini      Pubblicato il: 11/04/2017

Serialità e fumetto in un incontro allo stato dell'arte, un adattamento al di fuori di ogni standard finalmente libero di lavorare sulle proprie forme narrative e stilistiche.


Per parlare di Legion, della bellezza e importanza dello show creato da Noah Hawley per quelli di FX e Marvel Television, conviene fare un passo indietro e partire brevemente dal 2008 di Iron Man. Quello di Favreau, primo film prodotto indipendentemente dai Marvel Studios, è stato infatti un punto di snodo dal quale è nato un nuovo e più saldo rapporto tra il cinema americano e il piccolo schermo, le cui rinverdite logiche seriali si estenderanno fino a governare oggi l’agenda della produzione hollywoodiana. Attraverso il cavallo di Troia della continuity, il cinecomic ha infatti fondato la sua ragion d’essere su uno sviluppo orizzontale di trame e universi condivisi, una narrazione liquida che ha ricondotto ogni film allo statuto di singolo episodio, frammento subordinato al quadro generale, puntata figlia di quelle che a conti fatti sono diventate le serie più costose ed espanse di sempre. Nel frattempo, sempre nel 2008, la serialità televisiva certificava la sua conquista del linguaggio cinematografico, acquisito dal punto di vista produttivo, estetico e culturale, con i nuovi show della quality tv.

Saltando al 2017 di oggi, attraverso un decennio audiovisivo ricco di trasformazioni radicali e di pavida conservazione, cosa resta di questo scambio transmediale? Ad essere sinceri non molto.
Sul fronte televisivo la situazione ci appare ovviamente più dinamica e creativa. L\'assimilazione del linguaggio cinematografico ha messo in essere forze evolutive dai risultati sorprendenti, tuttavia i luoghi in cui oggi si raccolgono meglio tali energie non sono più gli show della cosiddetta tv di qualità, bensì le serie più ibride e libere da classificazioni, spesso al confine o pienamente calate nel comedy, soprattutto ben lontane da quella narrazione letteraria e d’appendice che ha fatto grande la second golden age della tv americana. Come una bolla speculativa arrivata alla massima espansione, questa televisione maggiormente cinematografica e romanzata sta rischiando piuttosto di rinchiudersi nella ripetizione di sé stessa, di fatto riducendo e appiattendo l’innovazione di un tempo agli standard propri di un genere.
Tornando al grande schermo la situazione è ben più mortifera e monocorde: la continuity seriale applicata ad Hollywood ha portato ad una delle più aride fasi del cinema popolare americano, una decade di produzioni too big to fail figlie di una logica corporativista che sempre più promuove una standardizzazione dell’immaginario, un inquadramento dello spettacolo. Ed è in questo contesto che Legion brilla come un’incandescente cartina tornasole, un reagente che arde di fuoco creativo e innovazione per la forza delle sue idee e il coraggio di metterle in pratica. Lo show di Hawley ci ricorda come nella matrice fumettistica (e nel suo sviluppo seriale, cinematografico o televisivo che sia) si possano ancora trovare gli strumenti per una narrazione alternativa e fresca, capace di unire intelligenza e gusto popolare, appeal e sperimentazione. In un orizzonte così appiattito come quello dell’odierno cinecomic, dove anche le produzioni Marvel/Netflix hanno perso il loro smalto iniziale e solo gli spin-off trovano una più libera ragion d’essere, Legion è quanto di più prezioso si possa chiedere all’audiovisivo che si confronta col fumetto, e questo vale tanto che lo si guardi dal punto di vista cinematografico che da quello seriale. Perché quello di Hawley è tutto fuorché un drama di quality tv intento ad elevare ed intellettualizzare la sua materia. Stile e forma sono anzi in costante flirt con visioni ultrapop di videoclip e musical, linguaggi chiamati in campo con estrema cognizione di causa, una consapevolezza che rende ogni esercizio formale una formula necessaria e preziosa allo svelamento narrativo e tematico della serie. In Legion la forma è sostanza proprio perché è attraverso di essa che storia e personaggi si esprimono e crescono, finalmente liberi di svilupparsi ma all’interno di una dimensione che sempre comunque ritorna a valorizzare l’identità più intima della serie.

Sfruttando la schizofrenia del suo protagonista, Noah Hawley ha creato un viaggio mentale a ritroso, un percorso interiore che confonde realtà, sogno e ricordo ma conserva un rapporto di estrema onestà nei confronti dello spettatore, mai ingannato ma anzi stimolato da una narrazione non facile né scontata. I piani di percezione si sovrappongono tra loro, ma come David Haller percorre i singoli episodi in una personale rinascita psichica, così la realtà dei fatti si spiega di fronte i nostri occhi, in un viaggio che va dal caos della malattia all’ordine dell’identità, passando per un confronto psicanalitico (ma sempre basato sul puro genere) con i mostri annidati nel proprio subconscio. Con il suo bilanciamento magistrale di enigma e scavo psicologico, genere e derive pop, Legion è in questo senso quello che Westworld è riuscito ad essere solo in parte, perché troppo distratto dalla natura virale dei propri misteri. Libero da ogni griglia formale e standard narrativo, in grado di prendere il meglio dalla sfera intellettuale della costruzione diegetica e altrettanto da quella popolare della matrice fumettistica, Legion si nutre piuttosto dei suoi balletti psichedelici e videoclip velatamente erotici, finestre aperte su una forma di cinecomic finalmente libera da parassiti mentali,guidata da uno dei più grandi showrunner oggi in circolazione.