Le cose che verranno

Tra impegno pubblico e chiusura privata, Mia Hansen-Love registra il moto perpetuo della vita il cui segreto è custodito da improvvise epifanie di senso

Alcuni caratteri accomunano Elle di Paul Verhoeven e Le cose che verranno di Mia Hansen-Love, entrambi recitati da Isabelle Huppert. Nel primo film, l’attrice francese è Michèle Leblanc, una manager a capo di una casa di produzione per videogame, violentata nella sua abitazione da un uomo mascherato che riesce a fuggire. Qualcosa in lei la spinge ad aspettare che il suo stupratore torni.

Le cose che verranno, invece, le offre la possibilità di interpretare Nathalie, una docente di filosofia in un liceo di Parigi. Un tempo comunista militante nonché aperta sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l’attivismo giovanile in un idealismo privato che si esplica nel confronto vivo e partecipe con i suoi studenti. Il contesto di apparente e rassicurante serenità, tuttavia, muta rapidamente: la morte della madre ed il tradimento del marito spingono la donna ad interrogarsi sulla propria esistenza e a reinventarsi una nuova vita.

La prima sequenza di Le cose che verranno mostra Nathalie su un battello intenta a correggere il compito di un alunno con su scritto il quesito filosofico: «Possiamo metterci al posto dell’Altro?». Un primo nucleo tematico è delineato. Questa continua tensione a divenire altro da sé, alla polarità opposta, anima il quinto film da regista di Mia Hansen-Love, che ha costruito il proprio prodotto su una costante oscillazione: quella tra orizzonte pubblico e privato, tra mondo delle idee e della realtà, «tra l’euforia e la malinconia», per citare il protagonista di Eden, popolato dai corpi liberi di giovani che si muovono tra fantasmi, spazi inaccessibili, drammi sentimentali e innovazioni tecnologiche. Im Lauf der Zeit, quanto cambia in ognuno di noi? Le utopie e i propositi idealistici della giovinezza possono trovare un concreto riscontro nel passaggio alla maturità? O la passione, nonostante l’intangibilità dei sentimenti, è condannata a tramutarsi in altro e a spostarsi su un piano ideale, scalfita dall’intenso lavorìo del tempo? Si tratta, indubbiamente, di domande che animano Le cose che verranno. Ma che non trovano risposta. Anzi, raggiungono la loro piena legittimazione nel momento in cui Nathalie accetta il fatto che non esistono risposte soddisfacenti. In tal senso, la Hansen-Love squarcia il suo racconto, tendendo ad evitare la presentazione di situazioni concluse. Ogni sentimento è un in fieri che segna la narrazione, accompagnandola verso ogni sua singola evoluzione d’insieme. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un prodotto che rischia di esagerare, nella sua continua ricerca dell’altro da sé, e di precipitare in ciò che, apparentemente, vorrebbe evitare: in una densità di scrittura che satura ogni possibilità di inserimento dello spettatore. È in determinate epifanie, però, che il film riesce ad attingere pienamente al proprio nucleo. Nell’ultima nuotata nel mare della costa bretone, nella cura riservata ad un giardino destinato alle mancate attenzioni di un’altra donna, in un casuale avvistamento a bordo di un tram.

Nei cambiamenti cui è sottoposto ogni corpo nel corso della sua vita. Da quello di Fabien, «...il figlio che avrebbe voluto avere. Tutto il contrario rispetto a me, sia fisicamente sia intellettualmente», a quello di Isabelle Huppert. Nelle vesti di una donna, che si scopre un robot dall’andatura incerta, aiutata da una stampella e in quelle di una docente che assapora dolcemente la felicità attraverso un malinconico deragliamento controllato dell’esistenza. Il cui punto di flesso, sia per Michèle Leblanc sia per Nathalie, si manifesta nel salotto di casa. L’ambiente più familiare che ci sia muta totalmente ontologia rivelando il proprio carattere selvatico che, per Thoreau, più volte citato in Le cose che verranno, è un elemento che coinvolge spirito e materia, sintesi tra i due opposti. «Ci serve essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero là dove non vagabondiamo mai». Il velo di Maya delle mistificazioni borghesi viene sfilato tramite un atto di trasgressione che porta alla metamorfosi di un corpo femminile nuovamente libero dalle convenzioni sociali. Non importa che il cambiamento violi la carne o lo spirito ma che inneschi una diversa modalità di interazione con un reale da dominare o da cui lasciarsi trasportare per prolungare l’incanto dell’illusione di felicità.

Autore: Matteo Marescalco
Pubblicato il 31/03/2017

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