La morte del cinema epico: Noah

Stile libero Autore: Matteo Berardini      Pubblicato il: 07/08/2014

Irritante a tratti, ipnotico e visionario in altri, Noah è un carme in morte del cinema epico che ancora si considerava classico e che, oggi, possiamo solo contemplare da lontano, con giocoso scetticismo


Quello di Noah è un Aronofsky estremo, ambizioso, un regista che avuto le risorse per realizzare il sogno di una vita: un titanico film su uno degli episodi più controversi – e immaginifici – del libro della Genesi. Si respira aria di film maudit, dall’inizio alla fine: il gigantismo di Cleopatra e de I cancelli del cielo sono i primi riferimenti che passano per la mente, prima ancora dei kolossal biblici degli anni Cinquanta e Sessanta.

Aronofsky osserva la Bibbia con uno sguardo volutamente ingenuo, spiazzante. Innanzitutto, è il punto di vista di un uomo che è stato educato in seno alla cultura ebraica. Ma, soprattutto, è lo sguardo di un autore interessato ai rapporti di potere tra immanente e trascendente, al di là delle implicazioni religiose del caso. Noè si ritiene un virtuoso, ha un rapporto privilegiato con la divinità. Non è un profeta: è un diverso, un uomo posseduto, controllato dalle immagini di un sogno rivelatore e disposto a tutto pur di non deludere il suo creatore. I demoni dei personaggi di Aronofsky sono spiriti selvaggi e ferini: lampi di genio, possessioni artistiche e passioni brucianti. Il daimon di Noè è quello di un uomo che obbedisce ciecamente a una fede, incapace di stabilire la propria natura di essere indipendente dalla divinità. Pare ovvia l’associazione tra creatore e regista: il patriarca interpretato da Russell Crowe è, prima che un uomo feroce e disposto a uccidere gli innocenti, un uomo posseduto dalla passione attoriale. Il confine tra umano e demoniaco è un diaframma che, al di là delle colossali ambizioni, è al centro del film. La cornice è quella epica del cinema religioso ma Aronofsky sta al gioco fino a un certo punto, svuotandone la forma e il senso e mantenendo solo una cornice all’interno della quale travasare immagini e tematiche che hanno poco a che fare con lo stile neutro e generico delle ricostruzioni dal Vecchio testamento di cinquant’anni fa. Per meglio chiarire la sua visione il regista interpreta con estrema libertà il testo originale, fondendo i pochi riferimenti biblici al Diluvio con la storia di Abramo e di Giobbe. La ferocia del Vecchio Testamento è il campo di battaglia ideale per lo scontro tra idee forti, definitive e senza compromesso. La tentazione, l’autodeterminazione, la sottomissione, il sangue. Il diluvio e il castigo divino, nella loro ineluttabilità e inappellabilità, rappresentano per Aronofsky il teatro ideale della tragedia umana: sanguinario, ctonio, senza i freni della civiltà e della morale degli schiavi. Resta soltanto l’uomo e la mente, il discorso con la natura e la coscienza.

Sembra quasi che Aronofksy voglia giocare con le aspettative dello spettatore, impegnandosi al massimo al fine di alienarsi il pubblico più ovvio per un film come questo: al dio biblico ci si riferisce soltanto con il termine di Creatore, mentre l’iconografia è un curioso ibrido tra Conan il barbaro e i gli adattamenti cinematografici della letteratura di Tolkien e Lewis. La comparsa di angeli tramutati in giganti di pietra lavica e la battaglia per difendere l’Arca da un’orda di guerrieri corazzati e armati sembra quasi una sfida allo spettatore. Dietro il camp e il kitsch, ad interessare veramente all’autore è sempre il confronto tra due modelli di superuomo, quello del patriarca biblico e quello di Tubal-Cain (Ray Winstone), personaggio largamente inventato, re degli umani e signore della guerra deciso a lottare per impedire che una divinità superiore che ha rinnegato l’umanità decida della sua vita e della sua morte. Naturalmente, Hollywood e le sue convenzioni devono trionfare: i cattivi muoiono e le redenzioni dissolvono la complessità dei protagonisti. Gli effetti speciali abbondano e traboccano, compreso un 3D posticcio che pare una denuncia alla prepotenza della produzione. Oltre gli orpelli e i riempitivi, ridotto allo scontro tra due uomini e alla rivalità tra due diverse nature e culture, l’ultimo lavoro del regista di The Wrestler e Il cigno nero è certamente una scheggia di cinema eclettico e consapevolmente autoriale. Irritante a tratti (molti), ipnotico e visionario in altri, Noah è un carme in morte del cinema epico che ancora si considerava classico e che, oggi, possiamo solo contemplare da lontano, con giocoso scetticismo.