Journey to the West

Retrovisioni Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 07/08/2014

Dopo l'abissale Stray Dogs, Tsai Ming-liang torna al ciclo del suo Walker con un episodio sempre più oltre le forme canoniche del cinema


Xīyóu

Francia, Taiwan 2014

Regia: Tsai Ming-liang

Cast: Lee Kang Sheng, Denis Lavant

Durata: 56 minuti

Il viaggio del monaco continua nell’altro emisfero, in Occidente e più precisamente a Marsiglia, un passo alla volta, un gesto alla volta, sempre più lentamente, sempre più inesorabilmente, fino alla sospensione. Tutto inizia dal lungo primo piano di Denis Lavant (che la figura del monaco sia un prodotto del suo pensiero?). Nell’inquadratura successiva troviamo Lee Kang Sheng in surplace, colto in quel momento di eterna stasi che è il movimento all’interno dell’immagine. In questo nuovo capitolo del ciclo Walker Tsai Ming-liang non filma più soltanto l’attraversamento di uno spazio (più o meno) dato, il centro di una grande città, l’angolo anonimo di una strada, una porzione di campo astratto, ma anche i micromovimenti del volto, i riflessi della luce e delle superfici, le reazioni dei passanti. La riflessione sul tempo e la presenza dei corpi si carica qui di ulteriori elementi che ne aumentano la portata. Le traiettorie dell’immagine si incrociano nell’intreccio di linee verticali e orizzontali, l’oggetto filmico sembra confondersi nell’inquadratura, si presenta ora più lontano ora più vicino, cambiano le prospettive (l’incredibile plongée sul lungomare, l’inquadratura ribaltata), i punti macchina, si moltiplicano i set e i corpi. Da un lato quello del monaco, che continua la sua marcia inarrestabile fino all’essenza del tempo, dall’altro quello caraxiano di Denis Lavant, prima volto immobile e poi doppio di Lee Kang Sheng. La città mai come ora vive e respira insieme con i personaggi, il corpo-film inspira nei primi piani, negli spazi qualsiasi, nei campi vuoti, per poi espirare nei campi lunghi e nei totali. Questo continuo movimento respiratorio riflette il senso nascosto delle immagini, ovvero filmare i corpi e i luoghi come emanazione del pensiero filmico. In questo senso le immagini si fanno pensanti, non tanto e non solo in quanto segni tangibili di una volontà autoriale, ma piuttosto come parti di un organismo che si vorrebbe autonomo. E’ questa l’ambizione più grande lanciata da Tsai Ming-liang nel corso della sua carriera: fissare per sempre il tempo congelato del Dopostoria, lì dove tutte le sue immagini sono da sempre destinate, ovvero all’immobilità di un tempo che superi lo spazio, le identità, le coordinate, fino ad approdare alla totale astrazione, a configurare un cinema che non ha bisogno di niente per rivendicare la propria esistenza, o meglio, che proprio in virtù di questo sappia imporsi come pura immagine-tempo. Il suo è in definitiva un cinema della persistenza (della memoria) e della permanenza (dei corpi), un atto di resistenza contro lo scandalo dell’oblio. Non a caso tra le sue figure filmiche più ricorrenti troviamo quella del fantasma, capace di sintetizzare da solo passato, presente e futuro. Il monaco in questo senso sembra spingersi oltre: la lentezza dei suoi movimenti eternalizza il presente fino quasi a negare un prima e un dopo. Nel ciclo Walker non c’è passato e non c’è futuro, solo l’ostinata reiterazione di un attimo sempre più dilatato.

Il progressivo venir meno prima di una qualsivoglia traccia narrativa, e poi di uno spazio e di un tempo stabilito, hanno segnato questo percorso di ricerca di Tsai Ming-Liang sul corpo-film fino all’ultimo, abissale, e per certi versi definitivo Stray Dogs. Il ciclo dedicato al monaco, di cui quest’ultimo Journey to the West rappresenta il quinto capitolo, ha anticipato questo desiderio di superamento della forma filmica canonica spingendosi poi oltre, ovvero verso la concezione di qualcosa che per molti non è neanche più cinema, in quanto privo di quegli elementi ritenuti essenziali (storie, personaggi, ecc..). E forse è questa la nuova sfida di Tsai Ming-liang per il futuro: non tanto continuare a fare cinema nonostante tutto, quanto piuttosto configurare schegge filmiche anarchiche, ogni volta sempre più lunghe e sempre più lente che possano abbracciare e contenere il movimento fino al frammento più impercettibile, all’intervallo di tempo più ampio o ristretto, al gesto più elementare, fino all’ultimo respiro.