Jointly sleeping in our own beds

pesaro 2017 Autore: Arianna Pagliara      Pubblicato il: 15/06/2017

Videodiario intimo di un amore a distanza: incontro di immagini che innescano il desiderio


Italia 2016

Regia: Saverio Cappiello

Durata: 64 minuti

Quello tra Saverio e Pauline è un amore a distanza, fatto di parole (in chat) e soprattutto di immagini (via skype); un sentimento la cui traccia è nei pixel prima ancora che nella carne, e che quindi è da subito – in maniera connaturata, sostanziale – cinema. Jointly sleeping in our own beds è il montaggio dei frammenti e delle schegge di questo discorso amoroso che non esce mai dalla cornice dello schermo del computer (che coincide, per lo spettatore, con quello cinematografico), e che dunque non si fa mai materia viva e pulsante: l’incontro è, sempre, un incontro di immagini, finestre aperte sull’intimità dei protagonisti, che innescano e veicolano, ma che allo stesso tempo costringono e circoscrivono, il desiderio.

Saverio Cappiello – regista, interprete e montatore del film – firma insomma una sorta di videodiario privato che tuttavia non è un “a parte” rispetto alla sua storia con Pauline, non è commento o riflessione sulla relazione ma è, in ultimo, la relazione stessa, poiché questo rapporto non ha (e non vuole avere?) altra forma oltre a quella audiovisiva che viene offerta allo spettatore. Tuttavia – afferma l’autore nelle note di regia - l’intento non è quello di interrogarsi sulla natura del sentimento che viene descritto o, più in generale, quello di riflettere sull’impatto ambivalente della tecnologia e dei nuovi mezzi di comunicazione sul nostro modo di rapportarci all’altro. Si tratta, piuttosto, di evocare e suggerire atmosfere, di condividere e comunicare in maniera più poetica che narrativa un senso, una visione delle cose.

Siamo nel medesimo territorio esplorato dal regista Cosimo Terlizzi – al quale il Festival di Pesaro ha dedicato un focus on nel 2011 - in Folder (2010) e ne L’uomo doppio (2012): quello del cortocircuito tra privato e pubblico, tra intimità e voyerismo, tra rappresentazione e realtà. Una dimensione che – a prescindere dai singoli intenti registici – ci dice molto, di fatto, sulla nostra contemporaneità e sul nostro modo di percepire e considerare la valenza delle immagini (come forma di raffigurazione, documentazione, comunicazione). Costretti, non sempre in maniera consapevole, in una ipertrofia della visione, possiamo – e, in un certo senso, vogliamo – infine sovrapporre il simulacro alla divinità, la rappresentazione all’oggetto,
smaterializzando la materia in infiniti pixel, nella convinzione (ingannevole?) di poter attuare questo processo senza svuotare i sentimenti e svilire le pulsioni che ne sono all’origine.

L’intelligenza del film di Cappiello, essenziale, minimalista e asciutto, sta dunque nel sollevare – quasi in maniera spontanea, non mediata – tutta una serie di inevitabili domande, di vasta portata e dalle profonde implicazioni, senza pretendere però di elargire facili risposte e soluzioni, che rischierebbero per forza di cose di essere riduttive e semplificative. Del resto, a interrogare chi osserva non è, direttamente, il regista attraverso un assunto o un postulato di qualunque tipo, ma la realtà nuda e cruda, registrata e documentata nella sua ruvida incompletezza, nella sua ineludibile disorganicità. Non esistono, infatti, un prima e un dopo e neppure un perché: non conosciamo i presupposti della nascita di questo amore, ne sfioriamo – quasi restando sulla superficie – la crescita, la maturazione e infine assistiamo al suo dissolvimento. Nonostante si abbia la sensazione di violare parzialmente la riservatezza dei protagonisti, dei quali osserviamo il sonno, le risa, le smorfie e tanti altri piccoli gesti quotidiani, Jointly sleeping in our own beds riesce insomma a mantenere intatto il mistero del sentimento che descrive, perché sceglie di aderire alla realtà completamente, accettandone la casualità, l’arbitrarietà, l’imperscrutabilità.