Jane the Virgin

Videodrome Autore: Irene De Togni      Pubblicato il: 19/07/2018

La serie sviluppata da Jennie Snyder Urman per la CW è una dichiarazione d’amore al genere telenovela, estremamente intelligente e meravigliosamente ben scritta.


In un articolo uscito sul The New Yorker in occasione del quindicesimo anniversario dell’uscita del primo episodio di Sex and the City, Emily Nussbaum si interrogava sulle ragioni di un così grande divario fra le ricezioni e successive consacrazioni di due degli show più emblematici della HBO di inizio Duemila: da una parte I Soprano, serie che ha aperto le porte a una vera e propria golden age facendo del genere drammatico con protagonista il classico padre di famiglia tormentato e dalla moralità dubbia (il difficult man di Brett Martin) un sinonimo di profondità tematica e qualità di scrittura; dall’altra parte una comedy altrettanto penetrante ed innovativa, Sex and the City, che è invece scivolata tanto velocemente quanto inavvedutamente nella categoria del guilty pleasure. Il dito andava presumibilmente puntato contro un’industria ed una critica culturali ancora troppo legate al pregiudizio che faceva di ogni genere che si discostasse da una narrazione romanzesca o da toni orgogliosamente drammatici un racconto di tipo leggero, disimpegnato e non particolarmente degno di nota.

Ci si potrebbe chiedere, a distanza di vent’anni, come si sia evoluto rispetto a questo pregiudizio il panorama televisivo. Se è vero che gli show che godono del maggior potere mediatico e dell’apprezzamento della critica sembrano essere ancora oggi quei quality drama “di spessore” debitori, in varia misura, del capolavoro di David Chase, è altrettanto vero, a ben vedere, che è a partire da una riflessione sulla comedy, sulla commedia romantica, sul dramma sentimentale, sulla sit-com, sulla soap opera, sul musical o sulla telenovela, su quegli stessi generi che vengono da tempo considerati d’intrattenimento e prerogativa di un pubblico prettamente femminile, che nascono oggi le novità ed i prodotti più interessanti. Ed ecco che in mezzo ai brillanti lavori di rielaborazione di Crazy Ex-Girlfiend, One Day At A Time, BoJack Horseman, o Love troviamo Jane the Virgin, una delle serie più appassionanti, attuali, stimolanti e, soprattutto, ben scritte che si possano vedere oggi in televisione. Sviluppata da Jennie Snyder Urman a partire dalla telenovela venezuelana Juana la Virgen creata da Perla Farías, racconta la storia di Jane Gloriana Villanueva, una giovane venezuelana di Miami che è stata erroneamente artificialmente inseminata e porta in grembo, seppur ancora vergine, il figlio della sua cotta giovanile, Rafael. A partire da quest’episodio si sviluppano, secondo i codici del genere, intrecci via via più complessi.

Partire da una contestualizzazione del genere all’interno del panorama televisivo passato e recente è importante per comprendere la portata del coraggioso sforzo di nobilitazione e ri-attualizzazione dello show CW, che è essenzialmente e orgogliosamente un discorso sulla telenovela. E lo è con la straordinaria particolarità che in Jane the Virgin la telenovela trova una definizione che sorpassa quella della sola forma televisiva per comprenderne anche i contorni umani e culturali: “telenovela” sono allora anche le donne della famiglia Villanueva che ritrovano il loro personalissimo momento di condivisione davanti al televisore, il gusto tipicamente latino per il racconto passionale e romantico, il tipo di rapporto confortante e additivo che questo tipo di spettacolo intrattiene con il suo pubblico (per cui Rogelio, uno dei personaggi, la descrive, in un episodio, come «porn for feelings»), il sentimento che questo tipo di televisione riesce a risvegliare e la voglia di proteggerne l’essenza dalla degradazione o dall’estinzione per mano del pregiudizio culturale di cui sopra. Jane the Virgin riesce nell’intento di rappresentare il genere a tutto tondo, approcciandovisi armonicamente da diversi punti di vista. La serie, infatti, prima di tutto racconta la telenovela: ci parla dei suoi codici espressivi, dell’immaginario che richiama, della sua funzione e delle sue prospettive d’evoluzione.
In secondo luogo, essa educa, senza mai scivolare nell’ingenuamente didascalico, alla telenovela, ci insegna come guardarla, come apprezzarla, come commuoversi, ce ne spiega i meccanismi, i tropi narrativi, le sottigliezze, le intenzioni. Tutte le resurrezioni, le parentele inaspettate, le coincidenze che si ripropongono nel corso delle puntate non sono escamotage narrativi fini a loro stessi, prevedibili e scontati, ma consuetudini instaurate fra creatori e pubblico che una scrittura sapiente e capace come quella della Urman ha dimostrato di saper sfruttare in pieno.

Jane the Virgin, inoltre, riflette sulla telenovela, sui suoi limiti, sulle sue possibilità di evoluzione; gioca con la telenovela, la mette alla prova, la reinventa e lo fa con lo stesso affetto, la stessa familiarità e la stessa intelligenza critica con cui una figlia riconsidera per sé la condotta della madre. Abbiamo allora un insieme di intrecci non convenzionali rispetto alla maggioranza dell’offerta televisiva che coinvolgono, ad esempio, personaggi queer senza che per forza sembrino corrispondere ad un campionario o ad una forzatura a titolo rappresentativo, o strutture familiari tri o quadri-parentali o formate solo da donne, come le Villanueva all’inizio, molto meno rappresentate in televisione ma molto più aderenti alla realtà. E abbiamo personaggi che lottano apertamente contro i tratti tradizionali del ruolo che viene loro affidato riuscendo a definirsi in modo sorprendentemente positivo e umano come, fra gli altri, Rogelio, il quale propone un’immagine della mascolinità sensibile, sicura e attenta, senza per questo mancare di virilità; o abuela, Alba, una delle rare occasioni in televisione, a memoria, in cui vengono esplorate così a fondo gioie e dolori quotidiani legati alla terza età (la solitudine, la sessualità, il rapporto con la tradizione e le convinzioni con cui è cresciuta nel momento in cui si vede davanti le nuove generazioni).
E, mentre fa tutto questo, lo show è e rimane una telenovela. Ciò che, paradossalmente, stupisce, infatti, è la determinazione di Jane the Virgin a non cadere nelle trappole e nelle velleità del metanarrativo, e a trattenere in piena coscienza di sé la genuinità e l’autenticità del genere. Il risultato spiazzante di questa doppia attitudine è il ritratto di personaggi estremamente realistici che gioiscono, soffrono e riflettono sull’assurda quantità di cose che succedono loro ogni girono.

È in questo senso che Jane the Virgin si pone come una vera e propria dichiarazione d’amore ad un genere che, capace di alternare agevolmente ed organicamente i registri comico, drammatico, romantico, tragico ed i toni pesanti e leggeri, si riscopre sorprendentemente capiente, versatile ed espressivo.