It Comes at Night

Cose preziose Autore: Giorgio Sedona      Pubblicato il: 05/09/2017

Trey Edward Shults ci porta nel buio isolazionismo di una società irredenta, terrorizzata dal contagio, disgregata nel suo più sacro valore sociale.


USA 2017

Regia: Trey Edward Shults

Cast: Joel Edgerton, Riley Keough, Christopher Abbott, Carmen Ejogo

Durata: 91 minuti

«Le macchie scarlatte sul corpo e specialmente sul volto della persona colpita erano il bando di peste che escludeva la vittima da ogni aiuto e da pietà da parte dei suoi simili».
La Maschera della Morte Rossa, Edgar Allan Poe

In una casa nel bosco, Paul (Joel Edgerton) e la sua famiglia si difendono dal contagio che ha sterminato gran parte della popolazione. L’ex insegnante di Storia impone delle regole ferree alla famiglia: uscire sempre in due e mai di notte, indossare delle maschere antigas, sigillare la casa e creare una stanza di contenimento tra l’ingresso e l’uscita dell’abitazione, sigillata da una porta rossa. La situazione però deflagra dall’interno quando arriva nella casa una nuova famiglia di sopravvissuti.

Trey Edward Shults, regista texano di Houston, con la sua opera seconda torna sul tema della disgregazione intestina di uno dei fulcri, e valori, dell’american dream: la famiglia americana. Questo dopo aver descritto, con il suo drama d’esordio Krisha, lo spaesamento di una madre alcolizzata e drogata che torna a casa durante il giorno del ringraziamento per cercare di reintegrarsi nelle dinamiche famigliari palesando, non riuscendoci, la disfunzionalità di un sacro valore a stelle e strisce.
In It Comes at Night è il buio, la paura del contagio, l’orrore che si cela alla vista, l’inconsistenza e l’incomprensione del pericolo esterno che arriva a minare il sacro territorio famigliare. Il film di Shults segue la strada del film di genere orrorifico, e nonostante non appartenga pienamente a questa nomenclatura, ne ricalca le atmosfere e la tensione che da un film horror il pubblico si aspetta. La peste sembra evaporare ed infettare partendo dai colori e dalle forme del Trionfo della Morte di Bruegel il Vecchio, riesce a condensarsi nell’aria, celandosi negli angoli bui, in un orrore di pustole e piaghe che, attraverso il terrore del contagio, lascia implodere il tessuto famigliare trascinando i suoi componenti in un’inevitabile empietà; sia nei confronti di un altro nucleo famigliare sia nei confronti della propria sanguigna discendenza.

Film che arriva a tracciare una retta obliqua passante tra The Road di McCarthy (e John Hillcoat) e Bugs di Friedkin, riuscendo ad alimentare tensione e disgusto, paura e ansietà, proponendosi di macchiare l’organismo che lo guarda con una traccia che non svanisce, stratificandosi nel subconscio di un terrore atavico, pestilenziale appunto, che appartiene all\'intera razza umana. Il più grande limite del film è che non ammette una seconda visione, la mancanza di una fuoriuscita catartica dell’intera narrazione risulta soffocante per lo spettatore, inducendolo a reagire fuggendo da una nuova possibilità visiva. Un film privo di qualsivoglia astrazione, ma capace di raggiungere pienamente il suo scopo tensivo, descrivendo un universo sociale, e famigliare, atomizzato, sprovvisto di compassione, di umanità; un film a privo di un arco drammaturgico catartico necessario a concedere una qualche forma di speranza, o a far ragionare (almeno sulle sue involontarie valenze politiche trumpiane) lo spettatore.

Al di fuori da una stanza di contenimento, immerso in una spessa coltre di oscurità - la peste (It) - è lo spirito di sopravvivenza che induce il dubbio anche in seno al proprio nucleo famigliare. Shultz sembra sostenere che non c’è redenzione in un mondo finito, abitato da un’umanità lasciata sola a se stessa, e che rispecchia in pieno la condizione sociale di un’America destata dal proprio sogno, una Nazione che si sgretola tra le mani di un pessimismo occludente. Una società arenata e di arenaria, porosa e tremendamente autodistruttiva, svuotata degli stessi valori fondanti la propria democrazia.

It Comes at Night è un film che ha uno scopo preciso che sa raggiungere pienamente: disturbare lasciando che dal buio non trapeli alcuna luce, un obiettivo dichiarato ed infettivo che non abbandona lo spettatore nei giorni seguenti, non riuscendo a redimerne lo sguardo, ad astrarre dall’orrenda piaga il suo organismo: un film da vedere e poi da espellere, un film orticante e claustrofobico, un drama psicologico che si aggira nei meandri di una casa-mente. Un film da rigettare con un fiotto di nera pece, lontano, nel passato di una visione che non ci ha lasciato vie di uscita.