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Il rumore dell'erba | Recensione Point Blank

Il rumore dell'erba

I Sotterranei Autore: Giacomo De Vecchis      Pubblicato il: 22/08/2014


Regia: Alessandra Locatelli

Seconda regia di Alessandra Locatelli, Il rumore dell’erba è stato uno dei numerosi documentari accettato e presentato quest’anno in occasione della nuova edizione del ViaEmiliaDocFest. Praticamente un cortometraggio (24 minuti scarsi), questo lavoro si incarica di riprendere la realtà di quei piccoli paesini rurali ormai abbandonati dagli abitanti, quei cosiddetti paesi fantasma che teatro un tempo di vita e movimento, rimangono oggi coi loro ruderi e case a pezzi la testimonianza di un passato ormai perduto.

La struttura del documentario si divide sostanzialmente in tre distinte unità narrative, due delle quali dotate di sonoro (ambientate a Santicolo, piccolo paesino quasi disabitato della Valcamonica) mentre una è invece silenziosa e si svolge nell’ormai quasi disabitato paese di Isola. Quasi perché, effettivamente, nella frazione di Isola risiede un ultimo testimone, o meglio sopravvissuto, di un passato quasi dimenticato: si tratta di Angelo, il vecchio, unico e solo abitante di questo paese che, come un’eremita in ritiro, sceglie di continuare a vivere dove è sempre stato, praticamente isolato dal resto del mondo e in completa solitudine. Una realtà la sua che ci viene sempre e solo mostrata dalla regista, che cerca di farsi invisibile (e perciò silenziosa) riprendendo semplicemente i gesti quotidiani dell’ultimo superstite del paese.

Come infatti il titolo poteva far presagire, il silenzio è una componente di capitale importanza per questo lavoro, specialmente per quanto riguarda le scene con l’anziano sopravvissuto: una massa corporea, una figura, che si muove con affanno sullo schermo trasmettendoci il suo messaggio tramite i gesti piuttosto che le parole. Ma più del silenzio la componente che gioca il ruolo di protagonista in questo documentario è la memoria. La memoria intrinseca ancora imprigionata nei decadenti scheletri dei ruderi di Santicolo, case ormai pericolanti che un tempo accolsero uomini, donne, bambini, in quello che nel passato doveva essere un paese ridente e brulicante di vita. E di questo passato ci parla infatti Lucia, un’altra anziana signora residente a Santicolo, la quale ricorda con nostalgia quando da bambina abitava proprio in una di quelle case che presto furono rase al suolo. Così la regista si incarica di trasmetterci questa memoria attraverso le loro testimonianze, senza celare la profonda tristezza che traspira dalle parole dell’una e dai movimenti dell’altro. Del resto l’unica volta in cui Angelo fa sentire per qualche istante la sua voce lo fa per ricordarci che: “Siamo solo io, e i gatti. E basta.”

Pur nella sua breve durata il documentario della Locatelli ci offre almeno due ottime scene sotto il profilo emozionale ed evocativo: quella in cui Angelo, avanti con gli anni, stanco e con le mani tremanti cerca di spaccare la legna per l’inverno, e quella finale, in cui una gru demolisce l’ennesima vecchia casa con il commento delle tristi parole di Lucia in fuori campo. Tuttavia, osservando proprio quest’ultima immagine descritta ci si rende conto che il viaggio, seppur piuttosto riuscito, è già giunto alla sua conclusione, una fine decisamente troppo anticipata. Ventiquattro minuti sono davvero esigui, e sebbene un minutaggio molto più esteso (magari il doppio) avrebbe potuto minare la riuscita del documentario, una durata breve come questa lascia certo con l’amaro in bocca. Il tema trattato permetteva senza dubbio di concedersi ancora un po’ di spazio per approfondire quegli aspetti che qui non vengono sviscerati fino in fondo, risultando comunque efficaci ma non quanto avrebbero potuto. Una perplessa domanda nasce quindi spontanea: perché non sfruttare appieno il potenziale dell’argomento trattato, studiandolo in profondità e permettendo una comprensione senza dubbio più ampia e meno superficiale?

Che la regista abbia agito in questo modo per paura di realizzare un’opera dal risultato noioso e ridondante, o magari invece per premura di concludere in breve tempo, non ci è dato saperlo. Tuttavia possiamo affermare con tranquillità che proprio quando il documentario comincia ad avvolgere e ad appassionare, il titolo dell’opera (in questo caso posticipato alla fine) ci avverte che siamo già giunti alla fine. In conclusione, Il rumore dell’erba è un lavoro dai temi senz’altro validi e interessanti, ma certo dieci o quindici minuti in più sarebbero stati sicuramente un valore aggiunto a un’opera che avrebbe così potuto dare più di quello che ha dato.