Il gioco di Gerald (2017)

Cose preziose Autore: Mattia Caruso      Pubblicato il: 26/10/2017

L'ennesimo adattamento da Stephen King sorprende per fedeltà e inventiva, senza risparmiarsi uno sguardo critico sul presente


Gerald's Game

USA 2017

Regia: Mike Flanagan

Cast: Carla Gugino, Bruce Greenwood, Carel Struycken, Henry Thomas

Durata: 103 minuti

" Le sovvenne un’idea in quel momento e le fece passare d’incanto tutta la voglia di ridere. […] lui non sapeva che lei non stava recitando perché per lui Jessie Manhout Burlingame, moglie di Gerald, sorella di Maddy e Will, figlia di Tom e Sally, madre di nessuno, non era più lì. Aveva cessato di esserci nell’istante in cui le chiavi avevano prodotto quel piccolo suono metallico nelle serrature delle manette."
Il gioco di Gerald, Stephen King

Si sa. Non è mai stato propriamente un idillio quello tra Stephen King e gli adattamenti cinematografici delle sue opere. A fronte di pochi, iconici capolavori – frutto comunque della personalissima visione di una manciata di Autori – sono sempre stati fin troppi i prodotti mediocri tratti dall’autore più prolifico e adattato della storia. C’è sempre stato qualcosa, nell’immaginario del Re del Brivido, impermeabile al grande (o piccolo) schermo, qualcosa che, inevitabilmente, si andava perdendo nel viaggio dalla pagina scritta all’immagine in movimento, impedendo un’aderenza il più possibile fedele all’opera originale. Sorprende e non poco allora che a farci cambiare idea – e a inaugurare un periodo curiosamente fortunato per le trasposizione kinghiane – sia proprio l’adattamento di una delle opere dello scrittore del Maine a prima vista più difficili da portare sullo schermo. Mentre IT si apprestava a spopolare nei cinema di mezzo mondo, uscendo di fatto da un ristagno creativo perpetratosi fino al disastro annunciato de La Torre Nera, Netflix dava infatti una stoccata decisiva agli scettici mettendo per la prima volta in scena i tormenti psicologici e le paralisi emotive di un romanzo oltremodo atipico e problematico come Il gioco di Gerald. Come poter rimanere fedeli a un romanzo ambientato quasi interamente nella mente di una donna ammanettata a un letto dopo un gioco erotico finito male. Come poter rendere in un film quel chiacchiericcio ininterrotto e sfiancante all’interno di una psiche in subbuglio, tra traumi rimossi, sensi di colpa e incubi sempre più reali?

Ci pensa Mike Flanagan (una carriera consacrata all’horror e almeno un titolo pregevole alle spalle: Oculus) ad accettare la sfida, assieme all’opportunità di sfoggiare trovate espressive fuori dai canoni e, insieme, all’occasione spesso e volentieri frustrata di far finalmente esplodere quell’immaginario debordante sullo schermo. Quello che ne esce è un film sorprendentemente attento al testo di partenza, che ne semplifica e riduce all’osso la complessità introspettiva senza però snaturarla o pervertirla, mantenendo intatto lo spirito di un romanzo a cui spesso aderisce con dedizione quasi filologica.
Servendosi di soluzioni creative tutt’altro che scontate per sopperire all’infilmabilità intrinseca di alcune scene, concretizzando “voci” e pensieri in proiezioni meno problematiche, Flanagan riesce a restituire appieno gli stravolgimenti emotivi della sua protagonista (una sorprendente Carla Gugino), resuscitando la carica critica di un testo ancora terribilmente attuale e difficilmente assimilabile alle sole logiche di genere. Diventa così impossibile non vedere, in un periodo in cui la donna e il suo corpo si fanno protagoniste di narrazioni sempre più complesse e stratificate, il tentativo di un prodotto di genere di dire la sua, mettendo in scena un incubo dove la donna (“il sistema di deambulazione di una fica”) è vittima sacrificale di un desiderio maschile opprimente, crocefissa dalle sue stesse paure e prigioniera di un rimosso grande quanto la propria oppressione.

Un racconto di formazione sui generis, Il gioco di Gerald, dove la salvezza dalle catene della prevaricazione maschile è da trovarsi solo in sé stessi, nella ridefinizione del proprio ruolo, e la cui tremenda attualità, a un ventennio di distanza dal testo che l’ha concepito, continua a sorprenderci, ricordandoci – se ancora ce ne fosse bisogno – che King non è un semplice scrittore di genere e che il terrore, quello vero, spesso non è fatto solo di chiari di luna.