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Hounds of Love | Recensione Point Blank

Hounds of Love

Cose preziose Autore: Mattia Caruso      Pubblicato il: 29/01/2018

L'esordiente Ben Young mette mano a un topos classico del thriller, caricando l'orrore di inedite e interessanti sfumature psicologiche


Hounds of Love

Australia 2016

Regia: Ben Young

Cast: Emma Booth, Ashleigh Cummings, Stephen Curry, Susie Porte, Damian de Montemas

Durata: 108 minuti

Più di una volta, in Hounds of Love, la macchina da presa si allontana dalle violenze subite dall’ennesima, giovane vittima, per empatizzare con uno dei suoi due carcerieri e carnefici, scendendo a patti con la gelosia e il dolore di una donna completamente preda di un amore tossico e malsano.

Basterebbe questo, una relazione degenerata fatta di sguardi, desideri e rapporti di potere, per farci capire come il film d’esordio dell’australiano Ben Young non sia (solo) il semplice, abusato thriller su rapimenti, sevizie e omicidi che ci saremmo potuti aspettare.

Nel riproporre una vicenda – quella dei due amanti con il vezzo di adescare con l’inganno, torturare e, infine, uccidere ignare ragazze adolescenti – che ha fin troppi punti di contatto con la cronaca e con tanto cinema più o meno orrorifico degli ultimi anni, il regista decide infatti di spostare l’attenzione dalle vittime alla coppia di killer psicopatici, concentrandosi sulle dinamiche di un rapporto agghiacciante fatto di sopraffazione e dipendenza.

Il risultato è un prodotto rigoroso che non trascura nessuna tappa obbligata all’interno del percorso di genere (dal ritmo concitato allo splatter, fino a qualche sprazzo di torture porn) senza per questo restarne succube, alternando sapientemente logiche consolidate a slittamenti di prospettiva.

É così che, mentre synth carpenteriani scandagliano la (apparente) tranquillità assolata dei sobborghi di Perth, si consuma l’ennesimo rapimento di una ragazza, con tutte le ripercussioni che questo comporta sullo straniante equilibrio della vita di coppia dei due assassini. Sarà l’inizio di una danza macabra e perturbante, fatta di indizi, particolari e dettagli, capace di rendere – nell’immancabile ma discreta estetica eighties (siamo nel 1987) del film – il senso stesso di una tragedia trattata senza alcuna maniera o compiacimento.

Non è che una storia di madri e figlie, d’altronde, Hounds of Love, un dramma psicologico mascherato da thriller su donne abbandonate, tradite e in cerca di identità che, per un momento, si trovano unite contro un maschile (perfetto Stephen Curry, serial killer terribile e, allo stesso tempo, grottesco nel suo delirio machista) che le sovrasta, le brutalizza, abusa di loro.

Pochi altri esordi avrebbero saputo essere tanto misurati e antispettacolari come quello di Young, un’opera capace di mantenere, nel suo rigore, sempre alta la tensione e il coinvolgimento emotivo, fino a esplodere in un finale che ha il sapore impossibile dell’incontro tra due mondi e la forza travolgente e inevitabile della catarsi.