Hill of Freedom

VENEZIA 2014 Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 02/09/2014

Hill of Freedom di Hong Sang-soo è l'ennesima variazione sul tema dell'amore e del caso di uno dei più importanti autori contemporanei.


Jayueui onduk

Corea 2014

Regia: Hong Sang-soo

Cast: Ryo Kase, Moon Sori, Younghwa Seo, Kim Euisung

Durata: 66 minuti

L’immagine che si s-compone. Il cinema di Hong Sang-soo assomiglia sempre più ad un puzzle incompleto di cui è impossibile ricomporre i pezzi. Manca il frammento decisivo capace di fornire una visione d’insieme, e anche quando tutto sembra tornare, un nuovo dettaglio apre le porte al dubbio, stabilendo un livello di lettura alternativo. Hong insegue la vita in tutta la sua leggerezza – gli intrecci del caso e del destino, il gioco dell’amore e del corteggiamento, l’emozione dell’incontro, il trauma della separazione – e la va a cercare nei frammenti perduti, negli scarti temporali, negli interstizi di una storia volutamente incompiuta e il cui senso si schiude a partire dai sentimenti che descrive e non dal definirsi di un tracciato. Il suo è un cinema degli affetti che ricerca con ostinata determinazione l’effimera inconsistenza dell’amore, attraverso un progressivo depotenziamento del cinema, inteso come macchina spettacolare o sistema “funzionante". Fin quasi all’evanescenza e al dissolvimento della forma. Più che la logica interna contano i fremiti del cuore, filmati nel loro improvviso affiorare o come ricordo di un altro tempo e/o di un altro spazio che si vorrebbe continuare ad abitare. Proprio come fa il giapponese Mori, che arriva in Corea alla ricerca dell’amore perduto. Il suo vagare tra le strade e i bar diventa presto un girare a vuoto tra chiacchiere, bevute, risate e baci. Hong mischia le carte, salta avanti e indietro fino a piegare e inabissare il tempo in una lunga serie di ricordi incastonati l’uno dentro l’altro. Lo spazio compreso tra il bar Hill of Freedom e l’abitazione della donna funge da elemento di raccordo tra i diversi frammenti, schegge di memoria che si toccano fino a specchiarsi e sovrapporsi.
Così i ricordi del passato e l’esperienza del presente non solo dialogano a distanza ma in qualche modo si completano a vicenda: l’amore di oggi segue le stesse traiettorie di quello di ieri raddoppiandone la portata e allo stesso tempo colmando il vuoto lasciato dall’assenza di flashback. L’andamento della storia è stabilito dagli incontri con un gruppo eterogeneo di personaggi e dal potere evocativo della parola, soprattutto scritta, alla quale è affidato il compito di tracciare un bilancio, sempre provvisorio, dei sentimenti e delle emozioni. Hill of Freedom continua il discorso sull’impossibilità temporale inaugurato da The Day he arrives, film di cesura nel percorso filmico dell’autore, attraverso una storia che si origina da un gruppo di lettere (la sceneggiatura?) di cui si è perso l’ordine (e forse smarrito il senso...). Le lettere, scritte dal protagonista e destinate al suo vecchio amore, sono lette confusamente dalla donna (non è chiaro quando) mentre l’uomo aspetta il momento decisivo dell’appuntamento, ovviamente rinviato fino alle battute finali. Durante questa attesa, che si protrae giorno dopo giorno, Mori conosce un’altra donna e se ne innamora, ma qualcosa non funziona. L’addio, che anticipa il ritorno dell’ex fidanzata, non fa che alimentare il ciclo della perdita e dei ricordi dal quale potrebbe ripartire un’altra volta la storia, ovvero un altro ritorno in Corea sulle tracce di una donna amata e perduta. Ma forse lo abbiamo già vis(su)to. In fondo l’amore è sempre una storia che ritorna...