Here and Now

Videodrome Autore: Irene De Togni      Pubblicato il: 13/05/2018

Il dramma familiare targato HBO è un’allegoria del grande esperimento americano, ma qui Alan Ball si preoccupa più di diversificare a tutti i costi che di portare un vero discorso sulla diversità.


Here and Now è il ritornello con cui Greg Boatwright, insegnante di filosofia e padre di famiglia, ci invita allo sforzo quasi-epicureo di soffermarci sul momento presente, lasciando fuori dal campo visivo i fantasmi del passato e le aspettative per il futuro. Ed è, allo stesso tempo, la dichiarazione di intenti del nuovo dramma familiare di Alan Ball, che torna al canale cable HBO con uno show che sembra quasi smaniare dalla voglia di dire la sua sull’attualità dell’America post-Trump, e di inserirsi in quella sempre più larga ondata di prodotti a tematica “minoritaria” nati in risposta ai recenti sviluppi del clima politico statunitense. L’assunto di base somiglia, infatti, a quello di molte altre serie di questo tipo (prendiamo, ad esempio, Dear White People, One Mississippi o l’ultima stagione di American Horror Story, con cui condivide anche l’elemento di finzione speculativa), vale a dire un presente percepito e ripensato come fortemente distopico. Come spiega alla figlia in uno degli episodi centrali della stagione, il solo «here and now» che Greg riesce a vedere è subordinato ad una fase di down storico in piena crisi politica, sociale, ambientale e in attesa del riassestamento.

Tuttavia, se la vera distopia è il momento storico in cui viviamo, quella che i Boatwright creano ha invece tutta l’aria di porsi come un siparietto utopico, sottratto al mondo esterno, in cui regnano comprensione e rispetto reciproci. La famiglia protagonista è, probabilmente, la più diversificata mai vista in televisione: una figlia naturale dei due genitori statunitensi e tre figli adottivi: Ashley, liberiana sposata con una figlia; Duc, vietnamita con una difficile relazione con il sesso e Ramon, colombiano omosessuale con disturbi psichici. La famiglia viene presentata come una sorta di grande esperimento (allegoria del grande esperimento multiculturale che è l’America) di convivenza di persone di diversa estrazione, genere e orientamento sessuale. A tutto questo si aggiunge un altro nucleo di personaggi quasi indipendente (e che avrebbe forse meritato uno show a parte), quello di una famiglia islamica che offre l’occasione di parlare di un’altra serie di temi come il fondamentalismo religioso, il binomio islam queer o i vari modi in cui, da un punto di vista privato e quotidiano, si declina il complesso rapporto tra Islam e America.

Così costruito il racconto si sgretola già a partire dai primi episodi: i vari segmenti narrativi dei (troppi) protagonisti anziché armonizzarsi in un racconto corale prendono direzioni centrifughe e dispersive; la pluralità di temi e situazioni proposta non trova lo spazio sufficiente per essere affrontata in un modo che non risulti superficiale o frettoloso; la scrittura non si prende il tempo, in mezzo a tutto questo accumulo, di dedicarsi al lavoro di worldbuilding necessario a non far sembrare l’universo narrativo troppo costruito, artificiale o solo abbozzato. Il risultato è un accumulo di storie che sembrano più preoccupate di mostrarsi “diverse”, originali a tutti i costi, che di raccontare la diversità in modo più complesso e sfaccettato. La serie cade spesso vittima di una retorica “buoni vs cattivi” che, oltre ad essere irrealistica, è anche e soprattutto controproducente.

Il problema è, forse, che lo stesso Alan Ball, ansioso di dire la sua qui ed ora, dimentica l’esperienza accumulata nel passato con show di tutt’altro spessore e qualità come Six Feet Under e True Blood, e dimentica anche che, per poter pensare ad un futuro che non sia solo un’utopia unilaterale, sono necessari diversi sforzi di problematizzazione e reinterpretazione nell’analisi del presente. I conflitti, in Here and Now, sono invece appiattiti su un giusto/sbagliato che non lascia quasi nessun margine di evoluzione e che fa passare per ridondante e semplicistico anche il più buono e genuino dei propositi – come il desiderio di una felice compossibilità di diversi punti di vista e stili di vita. Bisognerebbe, in linea di principio, cercare di evitare di ridurre l’estetica sull’etica nell’avvicinarsi ad un prodotto artistico: non bastano, infatti, la voglia di dire qualcosa, i mezzi per farlo e un ottimo cast (Tim Robbins, Holly Hunter) a fare di un buon proposito un buon racconto. Specie di fronte ad un panorama contemporaneo così ricco di show ben riusciti dove, ad esempio, l’elemento speculativo anziché restare in retroscena si integra alla trama in modo essenziale (The Leftovers, The Handmaid’s Tale), o il racconto della psicosi legata all’omosessualità o più in generale alla “diversità” avviene in modo decisamente più potente ed articolato (American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace), o ancora si sviluppa un discorso molto più organico e coerente sull’inclusività, anche nella rappresentazione televisiva, di nuovi punti di vista (Master of None o Jane the Virgin).