Good Time

VISIONI Autore: Samuel Antichi      Pubblicato il: 26/11/2017

Quella filmata dai fratelli Safdie è un'esperienza ipercinetica e tattile che conduce lo spettatore nella ricodifica del cinema metropolitano.


USA 2017

Regia: Ben e Joshua Safdie

Cast: Robert Pattinson, Ben Safdie, Jennifer Jason Leigh, Barkhad Abdi, Buddy Duress

Durata: 99 minuti

Una panoramica aerea, un movimento di macchina che parte dalla baia di New York per restringersi e soffermarsi su uno dei tanti grattacieli che sovrastano il reticolo urbano, conduce lo spettatore in un ufficio, dove Nick Nikas (Benny Safdie) in primissimo piano, occhi persi nel vuoto, sta svolgendo un test di interpretazione e libera associazione somministrato da uno psicologo dei servizi sociali. Risponde, mostra cosa significhino per lui le parole, i termini, le locuzioni mentre dagli occhi lucidi scende una lacrima, silenziosa. Nick, che soffre di un ritardo mentale, è già rinchiuso in una prigione, esistenziale e fisica; quella della società in cui vive che non gli offrirà alcun sostegno e possibilità, quella della sua famiglia, con la nonna che lo maltratta e con la quale ha avuto un episodio di violenza, quella dell’istituto psichiatrico dove rischia di finire se non riesce a reprimere la sua collera e controllare il proprio temperamento. A questo punto, irrompe il fratello Connie (Robert Pattinson), sbattendo la porta, e si porta via Nick trascinandolo in un’odissea criminale lunga un giorno.

Good Time, terzo lungometraggio di finzione per i fratelli Benny e Josh Safdie, presentato in Concorso alla settantesima edizione del Festival di Cannes, gioca per comparazioni e interpretazioni a partire dal titolo, che può significare divertirsi o passare una bella esperienza, oppure può riferirsi ad uno sconto di pena ottenuto per buona condotta. La prigione, la sua architettura, la chiusura che questa comporta, metaforica e reale, ritornano continuamente durante tutto il corso del film nella mappatura emotiva e geografica della città. Cancelli, inferriate, muri, vicoli ciechi, corridoi infiniti e vuoti, delimitano lo spazio, l’orizzonte, il campo di azione e di visione in cui si consuma e si mette in scena l’amore fraterno. Motore dell’azione una rapina, andata male, conclusasi con l’arresto di Nick, e la conseguente disperata missione di salvataggio verso una strada che non porterà ad alcuna redenzione.
Influenzato e forse legato per natura ed estetica ad un certo cinema metropolitano anni settanta-ottanta (sono stati fatti paragoni con Fuori orario di Scorsese, che sarà produttore del prossimo film dei fratelli Safdie, ma anche con il cinema di Cassavetes e Friedkin) il film attua una ri-codifica e modernizzazione dell’heist movie tracciando dei tratti irriconoscibili e distorti come la fisionomia dei personaggi, i volti tumefatti, le maschere per la rapina o i capelli ossigenati. Una calata nel genere, con venature pulp, che segna anche una cesura con un certo tipo di cinema indie newyorchese dai tratti e stilemi ormai riconoscibili (macchina a mano, movimenti nervosi, primi-primissimi piani, realismo respingente e aggressivo della vita da strada).

Girato in 35mm, fotografia affidata a Sean Price Williams già al fianco dei fratelli Safdie in Heaven Knows What,) e di Alex Ross Perry in Listen Up Phillip e Queen of Earth, Good Time catapulta lo spettatore in un’adrenalinica, frenetica e disperata corsa contro il tempo, offrendo un’esperienza puramente cinetica, “tattile”, multisensoriale e psichedelica, attraverso l’utilizzo di una palette di colori al neon, una chiara scelta estetica inserita magistralmente nella diegesi del film, dalla nube lacrimogena rossa rilasciata dalla borsa con le banconote segnate alla scena notturna nel lunapark.
Ad accrescere il senso palpabile di ansia e paranoia che coinvolge i personaggi, così come lo spettatore, la colonna sonora electro-rock firmata da Oneohtrix Point Never (Daniel Lopatin), che detta il ritmo in maniera pulsante ed energica mentre in sottofondo sentiamo il rumore incessante del traffico metropolitano. Un racconto picaresco di losers irrequieti e disadattati sociali lasciati alla deriva, ai margini di una metropoli che ormai li ha abbandonati e in cui vagano perduti, in cui l’amore che spinge i puri e i dannati, come apostrofa la musica che accompagna i titoli di coda (scritta da Oneohtrix Point in collaborazione con Iggy Pop), «The pure always act from love / The damned always act from love» non riuscirà a farli redimere, «I look ahead at a clear sky Ain’t gonna get there But it’s a nice dream, it’s a nice dream».